1765
Ponte dei Frati sul fiume Savio a S. Piero in Bagno
Questa storia narra di un'opera nata tra accese dispute tra le comunità locali e costruita dalla celebre famiglia di maestri muratori Brenti.
Il testo evidenzia un vivace "campanilismo" d'altri tempi, con le comunità di Bagno e Corzano che fecero ricorso contro la costruzione, accusando i Sampierani di essere "invaghiti troppo dalla maestosa veduta di un ponte di pietra".
Il testo evidenzia un vivace "campanilismo" d'altri tempi, con le comunità di Bagno e Corzano che fecero ricorso contro la costruzione, accusando i Sampierani di essere "invaghiti troppo dalla maestosa veduta di un ponte di pietra".
Per ultimo mi piace raccontare la storia di questo ponte, oggi detto «dei frati» perché sorge accanto al convento dei francescani, anche se faceva parte del Capitanato di Bagno e non della Provincia Minore di Romagna. È una storia di contrasti fra le comunità di S. Piero, Bagno e Corzano, in lite fra loro a causa della sua costruzione. Ma il motivo che interessa a noi è che fu costruito dai maestri muratori Brenti di Portico.
Una storia che ebbe inizio nel 1760 quando il Capitanato di Bagno chiese alla Deputazione di strade e ponti un intervento al ponte di legno pericolante sul fiume Savio.
Il 12 maggio l’ingegner Arcangelo Felice Bettini, chiamato a valutare l’entità del danno, accertò che il ponte era «formato di tre vani spartiti con due pile nel mezzo che reggono la trave del medesimo e per essere dette pile di cattiva qualità, oltre che quella di verso la Terra di San Piero, e avallata, e scalzata e uscita fuori di piombo un braccio, e porta del pericolo». Concluse che era rischioso attraversarlo e suggerendo che era meglio «fare una sola spesa, e farlo di pietra, a due archi». Allegò alla relazione uno schizzo con «il suo profilo, e pianta, e relativamente la quantità e qualità dei lavori che sono necessari per la costruzione del medesimo». Il tutto per una previsione di spesa di 3.906 lire, di cui 2.604 da pagarsi dal Capitanato di Bagno e 1.302 dalla Comunità di Corzano da pagarsi in due anni «et ogni anno la sua rata».
Avvertito del pericolo, anche il cancelliere Lorenzo Mercanti ispezionò il ponte assieme ai deputati del capitanato trovando «una di dette pile essersi inclinata circa un braccio, e nella superficie del piano del medesimo alcune fessure, che […] indicavano lo sfiancamento de’ legni di già nella maggior parte infradiciato».
Per valutarne meglio lo stato, l’aveva fatto ricoprire sul piano «di nuova ghiaia e rena, di lì a non pochi giorni si fecero vedere nuove fessure, dal che non vi fu più luogo di dubitare, che la macchina di detto ponte pativa non solo ne’ legni, quanto nelle pile, che li sostenevano».
Considerando «la grave spesa che occorreva per rifare anche di legno il suddetto ponte, l’instabilità del medesimo, e il continuo dispendio del costo in mantenerlo», si convenne che era meglio «rifarlo di pietra con due pile di mezzo assolutamente necessarie», tanto più che la spesa non poteva essere superiore «riguardo alla costruzione di una pila in più, che conveniva farsi nel caso fosse rifatto di legno».
Anche i due deputati di Corzano e di Bagno sottoscrissero la relazione per la costruzione del ponte di pietra con una spesa «di scudi 558, oltre i lavori per lista».
Ma una volta approvato il progetto e ordinata l’esecuzione dei lavori, le due comunità ci ripensarono rifiutandosi di contribuire per la loro parte. E presentarono un ricorso contro la costruzione del ponte di S. Piero, che conteneva una serie di «riflessioni» articolate in quattro punti:
Una richiesta tardiva perché ormai il vecchio ponte era stato demolito dai maestri Brenti – che nel frattempo avevano avuto l’incarico – per iniziare subito «la nuova costruzione del medesimo, a effetto di dar principio ne’ presenti tempi buoni a una fabbrica, che conviene farsi, in un fiume che richiede lunghezza di tempo».
Il cancelliere informò la Deputazione che il loro ricorso era «quasi del tutto insussistente e piuttosto ripieno di qualche passione» perché «guidati non del tutto dallo zelo di sgravare la loro Comunità da tali spese in conformità d’una disposizione statutaria», ma soprattutto «da un’innata passione originata da una poca buon’armonia, che fino da tempi più antichi» era «sempre passata fra le persone di questa Terra, di ricorrere, e reclamare ad oggetto d’impedire detto lavoro, benché necessario». Pure lo stesso dottor Vincenzio Biozzi di Bagno che aveva scritto il ricorso, in presenza sua e del giudice del tribunale, confidò di essere «quasi del tutto insussistente e piuttosto ripieno di qualche passione, che di puro zelo.
E il Mercanti riassunse i termini della questione ricordando che a S. Piero, sulla strada che dalla Romagna portava a Roma, vi era sempre stato «un ponte sul fiume Savio spartito in tre vani, il quale per essere di legno e già tutto corrotto, e posato in pile di pietra malamente fabbricate, e niente stabilite nei fondamenti, due anni or sono diede manifesti segni di un’imminente rovina».
Anche il Bettini concordava nella ripartizione di spese «considerato che la Comunità di Bagno è povera, e quella di Corzano è ricca per causa d’un mulino da cui ritrae circa 1.400 scudi l’anno […] e riprende un maggior vantaggio da questo ponte, per essere contigua e a piè della Porta di S. Piero». E Pier Vincenzo Spighi, uno dei deputati del Capitanato di Bagno, replicò che questo vantaggio non era
punto valutabile, sì perché il nuovo ponte benché sia di pietra non produce loro il supposto vantaggio, da che non vi passeranno i pedoni, conformemente passavano da quello di legno, talmente che in tal caso sarebbe stato più vantaggioso alla Comunità di Corzano che fosse rifatto di legno, come era, da che così si ripartiva per la spesa in Capitanato, onde la conseguenza sarebbe che un comodo comune, ne risentirebbe essa sola un maggior peso.
Il cancelliere spiegò che l’ingegnere in un successivo sopralluogo aveva trovato
non solo tutti i legnami talmente fradici, che per miracolo unicamente si sostenevano in alcune mensole, quanto anche la pila inclinata un braccio, tutta scalzata, e fuori dai suoi fondamenti, e dalla metà in su ripiena di ghiaia, e al di fuori solamente incamiciata […] che difficil cosa era, che potesse reggersi in piedi detto ponte, e che anche per restaurare il medesimo era necessarissima una spesa gravosa, e se non eguale, poco minore, che a rifarlo di pietra, oltre al dispendio continuo, che per il mantenimento del medesimo.
Una precisazione necessaria anche in risposta al «ricorso fatto in iscritto dai comunisti di Corzano» che sostenevano che sarebbe stato facile per un ponte in legno «trovarsi chi con un tenue stanziamento annuale fosse per prendersi il peso di tale mantenimento».
«In quanto al pericolo della stabilità del lavoro», proseguiva il Mercanti, «che si suppone possa esservi, qualora si faccia il ponte di pietra, parmi molto remoto», anzi l’esperienza dimostrava «che tali ponti sono stati sempre di maggior durata, e stabilità di quelli di legno di natura sua corruttibile, purché il lavoro da chi ne ha la direzione, sia fatto bene, e con regola, conformemente suppongo sarà eseguito da chi ne avrà avuto il carico per il presente». E, terminava, che la Deputazione avrebbe ben inteso
che la proposizione stata fatta per l’ordinazione di questo ponte di pietra, non è seguita per alcun maneggio della Comunità di Corzano, come viene supposto nel ricorso, ma per la positiva necessità, che vi era, e per maggior utile, e vantaggio del Capitanato sulla reflessione de’ gravi dispendi finora sofferti nel mantenere un ponte di legno.
Dopo aver partecipato il ricorso al Consiglio Generale del Capitanato e a tutti gli interessati, dopo un lungo dibattito se convenisse costruirlo di pietra piuttosto che di legno, «finalmente per unanime consenso anche della stessa Comunità di Bagno», tutti furono concordi di farlo «di pietra nel modo disegnato dall’ingegner Bettini, qualora la spesa non ecceda la somma di scudi ottocento, e benché la relazione individui tutti i lavori prezzati in somma di scudi 558, non ostante», concluse il cancelliere, «essendosi per lista il divertire l’acqua ne’ fondamenti della pila, il ripieno della pedata, e il rifondare la pila alla coscia del ponte verso S. Piero, dubito a che questi soli lavori possino ascendere a maggiore somma».
Per quanto riguardava la partecipazione alle spese…
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
Una storia che ebbe inizio nel 1760 quando il Capitanato di Bagno chiese alla Deputazione di strade e ponti un intervento al ponte di legno pericolante sul fiume Savio.
Il 12 maggio l’ingegner Arcangelo Felice Bettini, chiamato a valutare l’entità del danno, accertò che il ponte era «formato di tre vani spartiti con due pile nel mezzo che reggono la trave del medesimo e per essere dette pile di cattiva qualità, oltre che quella di verso la Terra di San Piero, e avallata, e scalzata e uscita fuori di piombo un braccio, e porta del pericolo». Concluse che era rischioso attraversarlo e suggerendo che era meglio «fare una sola spesa, e farlo di pietra, a due archi». Allegò alla relazione uno schizzo con «il suo profilo, e pianta, e relativamente la quantità e qualità dei lavori che sono necessari per la costruzione del medesimo». Il tutto per una previsione di spesa di 3.906 lire, di cui 2.604 da pagarsi dal Capitanato di Bagno e 1.302 dalla Comunità di Corzano da pagarsi in due anni «et ogni anno la sua rata».
Avvertito del pericolo, anche il cancelliere Lorenzo Mercanti ispezionò il ponte assieme ai deputati del capitanato trovando «una di dette pile essersi inclinata circa un braccio, e nella superficie del piano del medesimo alcune fessure, che […] indicavano lo sfiancamento de’ legni di già nella maggior parte infradiciato».
Per valutarne meglio lo stato, l’aveva fatto ricoprire sul piano «di nuova ghiaia e rena, di lì a non pochi giorni si fecero vedere nuove fessure, dal che non vi fu più luogo di dubitare, che la macchina di detto ponte pativa non solo ne’ legni, quanto nelle pile, che li sostenevano».
Considerando «la grave spesa che occorreva per rifare anche di legno il suddetto ponte, l’instabilità del medesimo, e il continuo dispendio del costo in mantenerlo», si convenne che era meglio «rifarlo di pietra con due pile di mezzo assolutamente necessarie», tanto più che la spesa non poteva essere superiore «riguardo alla costruzione di una pila in più, che conveniva farsi nel caso fosse rifatto di legno».
Anche i due deputati di Corzano e di Bagno sottoscrissero la relazione per la costruzione del ponte di pietra con una spesa «di scudi 558, oltre i lavori per lista».
Ma una volta approvato il progetto e ordinata l’esecuzione dei lavori, le due comunità ci ripensarono rifiutandosi di contribuire per la loro parte. E presentarono un ricorso contro la costruzione del ponte di S. Piero, che conteneva una serie di «riflessioni» articolate in quattro punti:
- Era inutile e dispendioso intervenire su «un antichissimo ponte, che fin da quando fioriva quel Capitanato d’argento, e di traffico […] fu creduto sufficiente all’universale soddisfazione, e che lo è attualmente» essendo trattato «di tanto in tanto sulle spallette, e sul piano di natura sua corruttibile, perché di legno».
- Il lavoro era inutile «e per l’estrinseca ragione di un fiume resosi al presente incredibilmente rapido, e per la sperimentata insufficienza di Francesco Brenti in cui n’è caduta l’ordinazione».
- La «poca sussistenza nei trattamenti che esige di tanto in tanto il detto ponte» sarebbe stata garantita affidandola ai privati di Bagno che avrebbero gareggiato per il suo mantenimento «con un tenue stanziamento annuale» per correggere «qualche piccolo difetto che soffre attualmente detto ponte» a causa della «sola interessata trascuratezza dei Sampierani invaghiti troppo dalla maestosa veduta di un ponte di pietra».
- Che qualora si fosse ordinato il ponte, la comunità di Bagno si sarebbe dichiarata «del tutto libera da detto dispendio» e, anzi, avrebbe chiesto il rimborso di quanto aveva pagato fino ad allora per il suo mantenimento «da cui per statutaria definizione e giusti riguardi fu dispensata nel 1546 sotto dì 29 del mese di Aprile».
Una richiesta tardiva perché ormai il vecchio ponte era stato demolito dai maestri Brenti – che nel frattempo avevano avuto l’incarico – per iniziare subito «la nuova costruzione del medesimo, a effetto di dar principio ne’ presenti tempi buoni a una fabbrica, che conviene farsi, in un fiume che richiede lunghezza di tempo».
Il cancelliere informò la Deputazione che il loro ricorso era «quasi del tutto insussistente e piuttosto ripieno di qualche passione» perché «guidati non del tutto dallo zelo di sgravare la loro Comunità da tali spese in conformità d’una disposizione statutaria», ma soprattutto «da un’innata passione originata da una poca buon’armonia, che fino da tempi più antichi» era «sempre passata fra le persone di questa Terra, di ricorrere, e reclamare ad oggetto d’impedire detto lavoro, benché necessario». Pure lo stesso dottor Vincenzio Biozzi di Bagno che aveva scritto il ricorso, in presenza sua e del giudice del tribunale, confidò di essere «quasi del tutto insussistente e piuttosto ripieno di qualche passione, che di puro zelo.
E il Mercanti riassunse i termini della questione ricordando che a S. Piero, sulla strada che dalla Romagna portava a Roma, vi era sempre stato «un ponte sul fiume Savio spartito in tre vani, il quale per essere di legno e già tutto corrotto, e posato in pile di pietra malamente fabbricate, e niente stabilite nei fondamenti, due anni or sono diede manifesti segni di un’imminente rovina».
Anche il Bettini concordava nella ripartizione di spese «considerato che la Comunità di Bagno è povera, e quella di Corzano è ricca per causa d’un mulino da cui ritrae circa 1.400 scudi l’anno […] e riprende un maggior vantaggio da questo ponte, per essere contigua e a piè della Porta di S. Piero». E Pier Vincenzo Spighi, uno dei deputati del Capitanato di Bagno, replicò che questo vantaggio non era
punto valutabile, sì perché il nuovo ponte benché sia di pietra non produce loro il supposto vantaggio, da che non vi passeranno i pedoni, conformemente passavano da quello di legno, talmente che in tal caso sarebbe stato più vantaggioso alla Comunità di Corzano che fosse rifatto di legno, come era, da che così si ripartiva per la spesa in Capitanato, onde la conseguenza sarebbe che un comodo comune, ne risentirebbe essa sola un maggior peso.
Il cancelliere spiegò che l’ingegnere in un successivo sopralluogo aveva trovato
non solo tutti i legnami talmente fradici, che per miracolo unicamente si sostenevano in alcune mensole, quanto anche la pila inclinata un braccio, tutta scalzata, e fuori dai suoi fondamenti, e dalla metà in su ripiena di ghiaia, e al di fuori solamente incamiciata […] che difficil cosa era, che potesse reggersi in piedi detto ponte, e che anche per restaurare il medesimo era necessarissima una spesa gravosa, e se non eguale, poco minore, che a rifarlo di pietra, oltre al dispendio continuo, che per il mantenimento del medesimo.
Una precisazione necessaria anche in risposta al «ricorso fatto in iscritto dai comunisti di Corzano» che sostenevano che sarebbe stato facile per un ponte in legno «trovarsi chi con un tenue stanziamento annuale fosse per prendersi il peso di tale mantenimento».
«In quanto al pericolo della stabilità del lavoro», proseguiva il Mercanti, «che si suppone possa esservi, qualora si faccia il ponte di pietra, parmi molto remoto», anzi l’esperienza dimostrava «che tali ponti sono stati sempre di maggior durata, e stabilità di quelli di legno di natura sua corruttibile, purché il lavoro da chi ne ha la direzione, sia fatto bene, e con regola, conformemente suppongo sarà eseguito da chi ne avrà avuto il carico per il presente». E, terminava, che la Deputazione avrebbe ben inteso
che la proposizione stata fatta per l’ordinazione di questo ponte di pietra, non è seguita per alcun maneggio della Comunità di Corzano, come viene supposto nel ricorso, ma per la positiva necessità, che vi era, e per maggior utile, e vantaggio del Capitanato sulla reflessione de’ gravi dispendi finora sofferti nel mantenere un ponte di legno.
Dopo aver partecipato il ricorso al Consiglio Generale del Capitanato e a tutti gli interessati, dopo un lungo dibattito se convenisse costruirlo di pietra piuttosto che di legno, «finalmente per unanime consenso anche della stessa Comunità di Bagno», tutti furono concordi di farlo «di pietra nel modo disegnato dall’ingegner Bettini, qualora la spesa non ecceda la somma di scudi ottocento, e benché la relazione individui tutti i lavori prezzati in somma di scudi 558, non ostante», concluse il cancelliere, «essendosi per lista il divertire l’acqua ne’ fondamenti della pila, il ripieno della pedata, e il rifondare la pila alla coscia del ponte verso S. Piero, dubito a che questi soli lavori possino ascendere a maggiore somma».
Per quanto riguardava la partecipazione alle spese…
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
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