Cronaca dei fatti
Questo capitolo documenta, giorno per giorno, l'avanzata del fronte, lo sfondamento della Linea Gotica e la vita dei civili nei rifugi tra Portico e San Benedetto, sotto le cannonate, i bombardamenti aerei e la paura delle mine.
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Un cannone da 105 mm della Sesta Divisione corazzata inglese nei presso del Passo del Muraglione che avanza verso San Benedetto in Alpe.
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Villa Balducce, a San Benedetto in Alpe, fu prima sede dell'infermeria e cimitero dei tedeschi, poi sede del comando alleato.
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La torre Portinari con i segni del bombardamento subìto durante la battaglia di Portico nell'ottobre 1944.
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La Linea Gotica segnò un periodo di stallo del fronte che interessò anche il nostro Comune.
Sulla base dei documenti e delle testimonianze dirette di alcuni protagonisti, riprendendo l’idea di Bonfante, mi piace raccontare questa storia in una sorta di successione temporale dei fatti.
In quell’estate e autunno 1944, i tedeschi lavorarono alacremente per completare le difese della Linea Gotica sul Muraglione. Le postazioni, posti di vedetta e nidi di mitragliatrici, erano collegate con camminamenti ricoperti da tronchi di alberi; le marronete erano state abbattute per ostacolare la risalita dei nemici. Contemporaneamente, sul versante toscano, a San Godenzo, paese ai piedi del Passo particolarmente colpito dalla guerra, facevano evacuare la popolazione locale, comprese quella di Petrognano e di San Bavello, depredando le poche cose di valore rimaste nelle case vuote.
1 agosto martedì
Quella mattina, accompagnati dal rombo continuo di cannone che si sentiva distinto in lontananza, arrivarono a San Benedetto i primi gruppi di profughi provenienti da Castagno d’Andrea e Petrognano; nel pomeriggio altri da San Godenzo col parroco don Ruggero Brachetti, molti con animali al seguito e con carretti per portarsi dietro i loro miseri bagagli. Tutti furono ristorati dal parroco don Adriano Tassinari. Poi proseguirono.
Un esodo che durò per tutta la settimana. Gli sfollati provenienti dalla Toscana erano convogliati a Rocca San Casciano, e lì smistati verso la bassa Romagna, non prima però di essere derubati del bestiame dai tedeschi, che spesso lo rivendevano a qualcuno del posto per farne oggetto di misere speculazioni.
4 agosto, venerdì
Anche quel giorno altri gruppi di sfollati di San Godenzo dovettero partire con destinazione Filetto, piccolo borgo nel ravennate.
I tedeschi volevano far suonare le campane per convocare la gente, ma qualcuno aveva tagliato le funi. Allora il comandante minacciò l’abate Ermindo Melani di fucilarlo se non fossero partiti subito tutti. Così, sotto la pioggia battente, dal paese mosse una grossa colonna composta soprattutto da donne, vecchi e bambini. I profughi si fermarono al Cavallino per riposare un po’; poi varcarono il Muraglione e a sera giunsero a San Benedetto dove, anche loro, furono assistiti dalla popolazione. Mons. Melani fu ospitato dal parroco don Adriano Tassinari.
Anche gli abitanti di Corella e Víllore, piccole frazioni nel Mugello, erano pronti per sfollare fino alla pianura romagnola.
5 agosto, sabato
Dopo che l’abate ebbe celebrato messa, la colonna di profughi riprese la sua marcia, sempre scortata dai tedeschi. Anche loro destinati a Filetto. La gente era stremata e fu fatta salire tutta nei camion fino a Rocca, dove alloggiarono nelle scuole comunali.
Qui, complice un allentamento della vigilanza, molti riuscirono a dileguarsi nei dintorni e nei paesi vicini.
21 agosto, lunedì
Anche i pochi operai rimasti a Moia, antico insediamento rurale sopra San Godenzo, sentivano il rumoreggiare del fronte che avanzava e di notte vedevano i lampi degli scoppi delle artiglierie e i proiettili traccianti su Firenze e Pontassieve.
Sopra di loro ormai non c’era rimasto più nessuno; sul versante di San Benedetto, solo al Bagnatoio c’era un gruppo di militari tedeschi da circa due mesi. Ai Romiti e alla cascata dell’Acquacheta, i militari di riserva se ne erano andati; un cartello bilingue, italiano e tedesco, avvisava che la zona era stata evacuata e che si sparava ai civili senza preavviso.
22 agosto, martedì
A Portico i tedeschi avevano trasferito l’ospedale da campo Stauss (nome del direttore comandante) nelle scuole elementari. Qui, un giovane ricoverato tedesco morto il giorno prima, assistito dal cappellano militare cattolico, maggiore Ludwig Sauter, fu seppellito nel cimitero. E i giorni seguenti il reverendo fu molto impegnato a celebrare messe per tutta vallata, a comunicare, impartire assoluzioni generali ai presenti e a seppellire altri caduti.
Anche a San Benedetto c’era un ospedale militare da campo a Villa Balducce e i soldati deceduti erano seppelliti nel piccolo cimitero di guerra del parco della villa.
24 agosto, giovedì – Evacuazione di San Benedetto in Alpe
Il comando tedesco convocò don Adriano Tassinari e la guardia comunale Ferrini ordinando che nel pomeriggio la popolazione doveva andarsene e trasferirsi a Medicina, nel bolognese. Le sentinelle avevano bloccato gli ingressi del paese. Diverse famiglie, circa duecento persone, avendo avuto sentore della disposizione, erano già sfollate nella campagna circostante: verso la parte alta del Tramazzo, la Valdanda, Re di Muino, Pian Dragone e Le Piane.
Anche il maestro Severino Benacci (classe 1921), che lavorava al Muraglione alla Todt come contabile, intuendo il precipitare della situazione lasciò il paese, avendo cura, prima di andarsene, di murare un armonium che aveva comprato dal rettore del seminario di Modigliana, insieme ad altri oggetti, in un anfratto del muro del palazzo Ragazzini.
A San Benedetto rimasero solo alcuni tumulatori e un’infermiera.
Evacuazioni pesanti e dolorose per la popolazione civile all’interno della Linea Gotica. Solo poco bestiame poteva essere portato con sé, la maggior parte era acquistato o semplicemente requisito dai tedeschi.
Alle quattro del pomeriggio, partirono in tanti. Lungo la statale si formò una colonna che via via si assottigliava quando sopra le loro teste passavano gli aerei alleati. Tutti si gettavano nei campi e molti riuscivano a svignarsela eludendo la sorveglianza delle sentinelle tedesche. La colonna si dissolse completamente a Rocca e nessuno arrivò a Medicina.
E, di notte, c’era da temere il misterioso cacciabombardiere bimotore Pippo, un ricognitore che volava nell’oscurità e lanciava dei bengala illuminando a giorno la zona buttando, a volte, volantini propagandistici. Un aereo fantasma a cui la gente, tra il serio e il faceto, attribuiva il potere di osservare i movimenti nemici al buio e di colpire qualsiasi bersaglio.
Tutti si fermavano, bestie comprese. E quando tornava il buio, si sentiva una voce che diceva: «Pericolo passato!» In altre occasioni era meno innocuo e sganciava piccoli ordigni o faceva brevi mitragliamenti.
Il suo compito era di tenere sempre in allerta le difese nemiche, minando il morale dei soldati e degli operai che lavoravano alla Linea Gotica.
Una guerra psicologica di disturbo tanto da diventare oggetto di filastrocche popolari tra la gente che, quando sentiva quel rombo, s’innervosiva e non riusciva più a dormire.
25 agosto, venerdì
Le ultime famiglie di San Benedetto si aggiunsero agli sfollati col parroco don Adriano Tassinari in testa alla colonna con una croce, portandosi dietro solo le cose più necessarie. Solo gli invalidi che non erano in grado di camminare furono caricati sui camion.
Anche a Premilcuore giunse l’ordine del comando tedesco di far sfollare la popolazione a Filetto. La sorella del duce, Edvige, che abitava lì, riuscì a ottenere l’annullamento dell’ordine. Questo, però, non valse per l’altra parte dell’alta valle del Rabbi e le famiglie di Fiumicello, se ne dovettero andare abbandonando tutto, bestie comprese.
Quella notte scattò ufficialmente l’Operazione Olive, secondo i piani prestabiliti dagli alleati.
27 agosto, domenica
Al Muraglione la Linea Gotica era stata completata. Nel versante toscano tutti i boschi, marronete comprese, erano stati abbattuti e riempiti di blocchi con lunghe file di reticolati. Costoni di roccia sopra le strade minati e fatti brillare. San Godenzo, rimasto vuoto, era stato saccheggiato, tutte le case depredate e minate. Non c’era più bestiame e i campi erano abbandonati con i raccolti ancora da fare. Restavano solo i cavalli di frisia a bloccare la Statale 67.
Anche gli ultimi quattro operai di Portico rimasti a Moia ricevettero l’ordine di andarsene. Giunti in cima al Muraglione videro le truppe della 715a Divisione di fanteria tedesca risalire da San Benedetto per prendere posizione nel settore appena terminato. Avevano il compito di contrastare l’avanzata alleata.
Intanto, gli uffici della Todt spostati da San Godenzo a San Benedetto, ora erano a Rocca San Casciano, mentre la direzione si era trasferita a Castrocaro.
4 settembre, lunedì
Al mattino formazioni di caccia bombardieri alleati sorvolarono l’area tra la Valle del Montone e quella del Tramazzo bombardandola con spezzoni. A Portico furono colpiti il ponte delle Spinose, il Mulino di Sotto, Casella e una camera della canonica di Portico. Don Ernesto scrisse nel suo diario: «Nessuna vittima, ma molta paura».
Quei primi giorni di settembre furono terribili, con formazioni di caccia che sorvolavano il territorio bombardando dappertutto. Verso le diedi e mezzo di sera del 4 settembre, la strada fu oggetto di un abbondante lancio di spezzoni e di bengala che illuminarono a giorno il paese.
«Tutti gli abitanti sono spaventati e in preda al panico, – fu una delle prime annotazioni di don Paolo – le donne urlano fuggendo qua e là, tremando e battendo i denti. Anche mia madre urla e prega, assolutamente incapace di reagire allo spavento».
Quella sera, a Cavioni, si contavano circa duecento persone con cinquecento bestie accampate dappertutto. Il giorno seguente il bestiame e i dipendenti dei Tredozi, per ordine del fattore Gigi, si spostarono verso il Monte Busca in altri poderi della famiglia. …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
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