Gli sfollati e quelli che tornarono a casa
Questo capitolo documenta l'esodo forzato dei toscani e dei romagnoli verso la Bassa Romagna, la sofferenza quotidiana dei civili, la vita grama nei rifugi e i pericoli mortali delle mine antiuomo lasciate dai tedeschi dopo la ritirata.
Riproduzione di un bel quadro del pittore portichese Antonio Ghetti, coevo di quei fatti, che ben rappresenta il dramma degli sfollati in transito da Portico durante l'ultima guerra.
Una delle tante sofferenze patite dagli abitanti nella Linea Gotica fu lo sfollamento coatto dai loro paesi, dove avevano le proprie radici, verso destinazioni lontane con trasferimenti forzati che mandavano allo sbaraglio la popolazione civile, a piedi e con mezzi di fortuna. Gente costretta a ubbidire a questi ordini, che lottava per la propria sopravvivenza.
Il problema dello spostamento di grandi masse di persone era sorto già dall’inizio della guerra. In uno studio, citato in bibliografia, per il regime fascista si definivano «sfollati» coloro che fuggivano dalle città minacciate dai bombardamenti, «profughi» quelli che risalivano la penisola per l’avvicinarsi del fronte e sfuggire al nemico angloamericano, «evacuati» quelli costretti ad abbandonare le loro case prima dall’esercito italiano, poi, dall’autunno 1943, dai tedeschi. A quel punto era sempre più difficile distinguere i vari gruppi e tutti furono etichettati con l’unica dicitura di «sfollati».
Soggetti vulnerabili, obbligati a lasciare le loro case dietro gli ordini perentori delle forze armate tedesche e a seguirle nella loro ritirata, abbandonando quasi tutto ciò che possedevano. Un viaggio doloroso verso destinazioni ignote.
Senza alcun tipo di protezione e assistenza, considerati essi stessi bersagli strategici degli attacchi aerei. Ordinati in lunghe colonne, da cui cercavano di sfuggire gettandosi nei campi e imboscandosi nelle vicine macchie. Indifesi dai fenomeni di sciacallaggio delle guardie tedesche che li sorvegliavano e dalla gente di malaffare che incontravano nei loro viaggi.
A tutto questo bisognava aggiungere lo stress di quell’esperienza, di cui non sempre e non subito gli sfollati si rendevano conto, travolti dalle necessità urgente di soddisfare i bisogni primari e di convivere con persone a loro estranee. Una lotta per mettersi in salvo unita all’incertezza del ritorno alle loro case con l’incognita di quello che avrebbero o non avrebbero più trovato.
E oggi che la tragedia dei migranti è più attuale che mai, dovremmo avere una maggiore comprensione e disponibilità nei loro confronti, nel ricordo di ciò che hanno vissuto allora i nostri cari.
Un documento ufficiale della Direzione Generale Servizi di Guerra – Sede Nord – del Ministero dell’Interno del 28 agosto 1944 dava istruzioni dettagliate su come gestire l’evacuazione dei territori.
Vista l’imprevista avanzata nemica nelle zone appenniniche i Comandi locali mutavano i piani in relazione al progredire degli avvenimenti bellici.
Questi piani riguardavano «le vallate del Conca, Marecchia, Savio, Ronco, Rabbi e Montone, lungo le quali erano state istituite 17 tappe, munite di conforto modesto, che sboccano in tre posti di raccolta finale degli evacuati, dove viene fornita una più completa assistenza alimentare con alloggi o somministrazione di paglia».
Tra le popolazioni evacuate e in corso di evacuazione figuravano già alcune migliaia persone dei Comuni di Montegridolfo, Pieve Santo Stefano, San Godenzo, Vicchio e alcune zone di Santa Sofia. Si prevedeva che l’ordine di evacuazione sarebbe stato esteso anche ai centri abitati di Premilcuore, San Benedetto e Portico.
I punti di raccolta erano a Villanova di Forlì, Diegaro di Cesena e Gatteo. Da qui erano trasferiti a Filetto, nel ravennate, definita «una modesta e inospitale borgata rurale priva di ogni conforto materiale». Poi erano fatti proseguire fino a Medicina, destinazione finale nel bolognese.
Gli evacuati erano soprattutto donne, vecchi e bambini, perché gli uomini erano destinati alle armi o ai lavori coatti sotto le direttive della Todt.
Masse considerevoli di persone, solo con un piccolo fardello e poco altro, che, dietro ordine dei Comandi tedeschi con un semplice preavviso di sole due ore, erano «forzatamente costrette al doloroso esodo, lasciando dietro la propria terra, le masserizie, gli indumenti personali e i raccolti, che giunte ai posti di raccolta pongono viva resistenza all’ulteriore marcia verso il Nord, ossessionate dal calvario subito, dall’incertezza del loro destino, dalle privazioni e dalla lontananza delle loro terre e dei loro cari, e tra esse ci sono anche sinistrati e sfollati, privi di tutto, che hanno già dovuto trasmigrare ripetutamente di luogo in luogo».
La relazione concludeva con alcune considerazioni finali in cui si suggeriva che per attenuare il «gravissimo stato di disagio», sarebbe stato opportuno che i comandi tedeschi «riducessero allo stretto limite indispensabile tali evacuazioni, specialmente nei territori non immediatamente adiacenti alle zone di operazioni, concedendo un congruo preavviso di almeno 24 ore, che possa consentire di mettere in salvo le cose di principale necessità e di sistemarsi nei territori vicini, decongestionando in tale modo anche i gravosi problemi dell’alimentazione e dei trasporti».
Infine, gli ambienti agrari ed economici erano preoccupati della requisizione e del trasferimento di macchinari e materiali verso il Nord, soprattutto del patrimonio zootecnico requisito e sottratto all’agricoltura, che avrebbe avuto gravi ripercussioni sulla successiva produzione agricola e sul problema dell’alimentazione umana.
«Se le necessità belliche impongono lo sgombro anche del bestiame», si lamentavano gli agricoltori, c’era anche il problema «del mancato risarcimento del danno o del mancato rilascio del foglio relativo di requisizione» per garantire «le necessità interne di produzione e alimentazione».
È anche vero che per strada gli sfollati s’imbatterono in persone di buon cuore che cercarono di assisterli venendo loro incontro con un sostegno anche morale come, ad esempio, gli abitanti di San Benedetto nei confronti di quelli di San Godenzo costretti a sfollare in Romagna. Anche i portichesi, quando arrivarono le colonne di sanbenedettini e di bocconesi non furono da meno, molti legati fra loro da sentimenti di parentela e di amicizia. E, a guerra finita, un documento trasmesso alla prefettura ci informa che nel nostro Comune, alla data del 2 luglio 1945, erano presenti ancora ventitré famiglie di sfollati per un totale di quarantasei persone.
La pericolosità del viaggio, l’incertezza della destinazione, l’impotenza delle autorità locali – poco più che un simulacro – incapaci di tener testa alla tracotanza dell’invasore tedesco, che controllava e gestiva il flusso dell’evacuazione coatta con rigida intransigenza, erano tutti elementi che contribuivano a minare e deprimere lo spirito degli sfollati.
Con l’avanzare del fronte, molti cercavano di rientrare il prima possibile alle proprie case, a volte anche con giri lunghi e tortuosi, per il pericolo delle mine nascoste in ogni dove e per la paura dei bombardamenti che, se prima venivano dalla parte alleata, ora potevano essere quelli dei tedeschi in ritirata.
E quando tornavano, quasi sempre trovavano paesi distrutti, case danneggiate, beni e oggetti personali irrecuperabili, campi rovinati, bestiame razziato. Amici morti, feriti o dispersi. Il loro vecchio mondo scomparso. Nulla era più come prima. Menti e corpi segnati dai traumi psichici e fisici subiti. Un futuro tutto da inventare.
Nei testi che sono andato a spulciare, vale la pena di raccontare le vicissitudini e le sofferenze patite da alcune famiglie del nostro Comune che vissero questo calvario.
I Ferroni, sfollati a Rocca, dopo un lungo giro di oltre dieci giorni, passando da Premilcuore, raggiunsero la propria casa a Bocconi. La trovarono la casa occupata da un reparto di telefonisti italiani che non volevano sloggiare.
Un’altra famiglia lasciò Bocconi andando a Castello, un podere vicino alla Berleta, dove erano sfollati anche i suoi proprietari. Non patirono la fame perché c’era cibo in abbondanza: granturco per fare la polenta, polli, uova e latte. Dopo qualche mese andarono a San Zeno perché lì era arrivato il fronte. Poi si trasferirono a Fantella, risalirono a Premilcuore e il Monte Valbura, da dove scesero alla Bastia e a Bocconi. Qui trovarono la loro casa occupata dai militari. Non c’era più niente. Avevano nascosto un sacco pieno di lenzuoli, ma i soldati li avevano trovati e usati per fare delle strisce come segnalazioni militari.
Il 26 ottobre, la sorella di don Ernesto Tartagni, sfollata a Sarturano con i figli da Bocconi, partì sotto una pioggia battente per cercare di tornare a casa. Passarono in mezzo alle cannonate, con i tedeschi che li guardavano senza dire nulla. In cima al Monte Busca, nella casa rovinata, trovarono Fredo Beoni, il contadino dei Monti, che offrì loro qualcosa di caldo. Proseguendo, incuranti delle mine, incontrarono gli inglesi appostati alla Madonnina, che li caricarono su un camion portandoli a Bocconi. Qui trovarono la loro casa danneggiata e con i militari dentro. Era sera e la donna si fece dare un paio di coperte che sistemò sulla paglia, dove dormì insieme ai figli. Ma la mattina dopo si accorse che alcune cose della casa erano scomparse.
Un’altra famiglia raccontò il ritorno a Bocconi il 28 ottobre, anche loro dopo una lunga trafila passando per Santo Stefano, Premilcuore e Val della Rocca. Qui si riposarono qualche giorno, si ripulirono alla meglio e, nel togliere i pidocchi di dosso a un ragazzo, si ricordavano di averne ammazzati ottantacinque, poi si erano stancati di contarli. Arrivati a casa, la trovarono completamente svuotata. Stettero un anno senza le lenzuola nel letto, mangiando il cibo che davano loro gli alleati. …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
|
Se sei interessato ad approfondire l'argomento, ordinalo subito su
|