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​Il dopoguerra e la ricostruzione


Questo capitolo ci racconta il passaggio dal trauma della guerra alla speranza della rinascita, documentando la nascita del CLN locale e lo sforzo collettivo per ricostruire il territorio. Parla di una natura ferita dall’abbattimento degli alberi per realizzare la Linea Gotica, della faticosa ripartenza, della ripartenza dell’economia del dopoguerra e del ritorno alla politica.

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Manifesto pubblicitario per mettere in guardia le persone contro le insidie mortali in un territorio ancora tutto da bonificare nel dopoguerra.
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Certificato azionario della Cooperativa di Consumo del Popolo, sottoscritto dalla Madre superiora dell'Asilo Infantile di Portico.
«È finita!» Cosi inizia l’ultima parte del libro di Luigi Cesare Bonfante. «Ora c’è la necessità della ricostruzione; ci sono le prime lotte politiche; il ritorno dei dispersi in mille parti del mondo; c’è l’angoscia della vana attesa per tante famiglie. C’è speranza, da parte di chi ha creduto e combattuto ritenendo di essere dalla parte della giustizia e della ragione; c’è l’esilio per chi ha creduto e combattuto dall’altra parte. C’è, in tutti i superstiti una gran voglia di vivere in pace».
Dino Valli intitolò questo capitolo delle sue memorie: «Si ricomincia».
Subito dopo l’arrivo degli inglesi – ricorda – si riformarono i partiti politici, e socialisti, comunisti e democristiani, formarono il CLN (Comitato di Liberazione).
Lo costituivano Giovanni Visani per i socialisti, Triestino Cortesi per i democratici cristiani e Dino Valli, che era anche presidente del Comitato, per i comunisti. Bisognava provvedere alle necessità della gente distribuendo quel po’ che arrivava in Comune con gli accordi presi col CLN e quel che era rimasto delle vecchie istituzioni amministrative, che pian piano stavano riprendendo quell’autorità persa con l’arrivo dei “governatori” alleati.
Nei primi mesi il lavoro era assicurato dagli inglesi impegnati a rendere praticabili le strade di cui avevano un gran bisogno per passare con i loro mezzi. Aprirono una cava alle Calimorte sopra Bocconi con un frantoio per fare il pietrisco. Fecero abbattere i cedri e gli abeti al parco delle Balducce per avere i tronchi necessari per ricostruire i pezzi di strada minati e distrutti dai tedeschi. Molti di questi tratti, riparati provvisoriamente, furono poi ricostruiti definitivamente negli anni Cinquanta e procurarono lavoro alle imprese edili locali e agli operai della Cooperativa edile di Portico che era stata costituita insieme alla Cooperativa di consumo.
 
I salari erano pagati con le Am-lire, biglietti da 100 e da 200 sempre nuovi, freschi di stampa. Le monete vecchie avevano ancora corso, ma erano molto svalutate. Passato il fronte con quei soldi non si comprava quasi nulla. E chi aveva fatto dei risparmi nella vita accumulando una piccola fortuna, si ritrovò in pochi anni in miseria, se non aveva un lavoro.
Molti anziani, pensionati ante guerra, si ritrovarono con pensioni di cinquecento lire il mese, insufficienti per vivere dignitosamente.
Continuava ancora il tesseramento del pane e dei generi di prima necessità, ma nelle botteghe si potevano comprare i prodotti non contingentati, soprattutto quelli locali. Si può dire che la gente cominciava a levarsi la fame.
 
Con la primavera del 1945, il 25 aprile, la Liberazione di tutta l’Italia e la partenza delle truppe alleate, ripartì anche la vita sociale nei nostri paesi.
«Il Primo Maggio fu una bellissima festa di popolo. Le bandiere rosse dei comunisti, dei socialisti e quelle nuove della democrazia cristiana sventolarono tutte insieme alla testa di un grande corteo. Un’atmosfera di unità e di concordia purtroppo destinata ad affievolirsi col passare degli anni, dopo la rottura dell’unità sindacale e i forti contrasti tra le diverse formazioni politiche. Il tutto, però, mitigato da un sentimento di amicizia e di solidarietà tra gli abitanti dei nostri paesi, che rendeva possibile una convivenza pacifica al di là delle dispute politiche».
 
Insieme alla rinascita della vita quotidiana ricominciò anche la passione politica.
Il 24 ottobre 1944, due giorni dopo la liberazione del Comune di Portico e San Benedetto, il governatore militare alleato di Portico, un ufficiale inglese, su proposta del CLN, nominò primo sindaco del Comune il maestro Enzo Tamburini, designato dal PSI, vice sindaco Faliero Barzanti, del PCI. Tamburini fu poi sostituito dal professor Tebaldo Fabbri (novembre 1944 – aprile 1945) e poi dal tenente colonnello Giovanni Signorini (dicembre 1945 – ottobre 1946).
Finita la guerra, il 31 marzo 1946 si svolsero le prime elezioni amministrative. Gli elettori erano 1.557: 797 uomini e 800 donne. I votanti 1.340: 671 uomini e 669 donne.
Due le liste contrapposte. Lista n.1 PCI-PSI, capolista Dino Valli, che riportò 510 voti. Lista n. 2 DC-PRI-Indipendenti, capolista Giovanni Signorini, che riportò 676 voti.
 
Subito dopo le elezioni del 1946, il 2 giugno, si tenne il referendum su repubblica o monarchia e l’elezione dell’Assemblea Costituente e, per la prima volta votarono le donne:
 
                                     Elettori iscritti:     n. 1.593     m. 797 – f .796
                                     Votanti:               n. 1.465     m. 735 – f. 730
 
I dati del referendum costituzionale nel nostro Comune rifletterono il sentimento nazionale: Repubblica 817, Monarchia 493, schede nulle 18, schede bianche 137. …


Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.

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