Il milite “badogliano” Antonio Farolfi e l’8 settembre 1943
Questo è un capitolo è grande valore storico che unisce la microstoria della mia famiglia ai grandi eventi dell’8 settembre 1943.
Qui mi piace condividere una storia che mi sta particolarmente a cuore: quella di mio padre, Antonio Farolfi.
Attraverso i suoi diari e i miei ricordi, ho ricostruito la sua incredibile odissea: La partenza per il fronte greco con l’Artiglieria GAF "Isonzo". Il dramma del Ponte di Perati e la fame nelle trincee. La scelta difficile dopo l'Armistizio, diventando un "milite badogliano". Il lungo e pericoloso ritorno verso una Portico di Romagna ferita, tra malaria e macerie.
Non è solo la storia di un uomo, ma il ritratto di una generazione che ha dovuto scegliere da che parte stare mentre il mondo andava in pezzi. Un racconto di dignità, sofferenza e speranza che ho voluto rendere pubblico per non dimenticare le nostre radici.
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Tonino Farolfi con la sua squadra e il loro obice, È il primo del gruppo in ginocchio a sinistra
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Tonino Farolfi con la sua squadra in azione a Quota 731 Monastero.
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Spendo qualche parola per raccontare la sua odissea militare durata per oltre quattro anni. Molto simile a quella di tanti altri giovani coinvolti, loro malgrado, in quella folle guerra. E penso che molte famiglie, abbiano storie simili da ricordare.
Una storia che Antonio Farolfi, mio babbo, detto Tonino e fiöl de Scorporé (ma di cui, in realtà, non era figlio, bensì nipote) si trovò costretto a ricostruire quando, al momento della pensione, richiese copia del foglio matricolare scoprendo una posizione del tutto diversa da quella che pensava. Erano scomparsi tutti i contributi di quegli anni di guerra: dal 1940 al 1944.
Al Distretto Militare non risultava più niente; nel Comune mancavano i registri che comprovavano i libretti di sussidio alla moglie; all’Ufficio Postale mancavano i registri di pagamento di questi sussidi; nella caserma dei carabinieri non c’erano più i registri che documentavano le licenze e le convalescenze. Tutto era andato distrutto sotto i tanti bombardamenti subiti da Portico durante il passaggio del fronte.
Una storia comune a tanti soldati che, dopo aver servito la Patria, si trovavano da questa dimenticati. L’unica via per documentare le loro posizioni era di collaborare tra commilitoni: scambiarsi dichiarazioni e fotografie attestanti che erano in forza insieme durante la guerra per cercare di ricostruire tutta la vicenda.
Ci fu una copiosa corrispondenza tra di loro per coprire tutto il periodo di richiamo e che riuscì a fargli riconoscere la pensione dovuta ai combattenti.
Testimonianze scritte, con cancellazioni, correzioni e ripensamenti, ricopiate a mano (il babbo aveva una bella calligrafia ed era molto preciso) e poi ribattute a macchina con una Olivetti Lettera 22 con nastro bicolore rosso/nero.
Un diario, finora inedito e rimasto chiuso in un cassetto di famiglia, che vale la pena di tirare fuori, perché le tante persone che lo conobbero e gli furono amiche possano serbare un suo ricordo.
Il 30 giugno 1940 Tonino stava mietendo il grano nei campi del podere di Querciolano quando il commesso comunale lo raggiunse per notificargli la cartolina rosa che lo precettava come artigliere alpino. Doveva presentarsi a Villa Vicentina (Udine), in forza alla 219a Batteria della 13a Artiglieria GAF (Guardia alla frontiera) del reggimento “Isonzo”. Doveva partire subito, il giorno dopo, quindi poco tempo per i saluti, abbracci e eventuali altre incombenze da sistemare.
Di certo, quando la mattina del primo luglio, un lunedì, salì sul treno a Forlì per Udine, non avrebbe mai immaginato che il sacrificio richiesto dalla Patria lo avrebbe tenuto lontano dalla famiglia per più di quattro anni di guerra, malattie e campo di concentramento… Se fosse ritornato.
Aveva già assolto il suo dovere di cittadino svolgendo il servizio miliare di leva obbligatoria con la qualifica di artigliere eliografista, ma il Duce lo aveva richiamato per dare un ulteriore contributo, questa volta assai più pesante, alle sue ambizioni guerrafondaie.
Il suo reparto fu mobilitato per il fronte greco-albanese. Il 23 luglio 1940 s’imbarcò a Bari sul piroscafo Viminale sbarcando a Durazzo il giorno dopo.
Il reparto, inquadrato nell’XI armata, si accampò a Miloti fino al 23 ottobre 1940 poi partì per il fronte. Raggiunse la prima linea nei pressi del ponte di Perati, dove ebbe il battesimo del fuoco. Un’avanzata in cui gli italiani combatterono eroicamente, ma dovettero ritirarsi, incalzati dalle controffensive greche in territorio albanese.
Il reparto ebbe vari spostamenti fra Telepeni e il ponte di Klisura, armato di obici «carrellati» trasportati dai trattori delle Divisione Centauro, combattendo sotto e sopra la collina di Monastero fino alla Bicocca a Quota 731.
Fu una campagna di guerra durissima. Perdite ingenti per entrambe le parti, con posizioni ripetutamente conquistate e perse. Intorno a sé vide cadere tanti suoi amici: molti morirono o furono feriti. Quelli che sopravvissero furono poi testimoni fondamentali per ricostruire la sua presenza al fronte.
L’Operazione Primavera scatenata nel 1941, ribattezzata la battaglia di Mussolini e nata da un capriccio del duce per non perdere la “faccia” con Hitler, che aveva invaso la Romania, alla fine si risolse in un fallimento e l’alleato tedesco dovette intervenire per impedire la completa disfatta.
«Spezzeremo le reni alla Grecia!» promise Benito. E la mattina del 2 marzo volò da Bari a Tirana per galvanizzare le truppe in vista dell’attacco delle fanterie alla zona di Monastero, che scattò alle 8.30 del 9 marzo, dopo un forte bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria.
Dall’altura del monte Komarit, seguì personalmente gli sviluppi della battaglia che durò per più giorni, rendendosi conto che i ripetuti attacchi non portavano risultati concreti. Fra offensive e controffensive, alla fine i greci riconquistarono e tennero la Quota 731. Fallita l’impresa che aveva provocato un’inutile strage di migliaia di soldati, Mussolini rientrò in Italia senza ammettere alcuna sua responsabilità, cercando altrove i «responsabili della pessima figura».
Una ricostruzione dettagliata di questa pagina di storia si legge nel libro di Pier Luigi Villari ricca di testimonianze tratte dai memoriali dei soldati.
Ricordi che ci fanno rivivere l’atmosfera di quella battaglia. L’autore ci spiega l’inutilità di quell’offensiva da cui il duce sperava di ottenere qualche vittoria e piccoli vantaggi territoriali e che invece si risolse in un’inutile strage.
I nostri soldati furono mandati allo sbaraglio con armamenti vetusti e privi di un’adeguata logistica di supporto, con comandanti più attenti alla loro carriera che al valore di quell’operazione.
Gli assalti della fanteria italiana per conquistare Quota 731 Monastero, così chiamata per la presenza di un edificio di culto semidiroccato, si risolsero in un massacro. Mio babbo combattendo da una postazione di obici, un po’ più arretrata, fu meno esposto, anche se il suo reparto tenuto sotto tiro dall’artiglieria greca contò i suoi morti e feriti.
Dopo un’avanzata di pochi giorni, gli italiani dovettero ritirarsi in territorio albanese, respinti dalle continue controffensive dei greci, molto più determinati dei nostri invasori a difendere la loro Patria.
Tonino fu decorato con la Croce al merito di Guerra e il nastrino con due stellette rilasciati dall’XI Armata ai combattenti che avevano prestato servizio attivo in zona di guerra o che erano stati feriti o caduti in azione. Un alto riconoscimento per il coraggio e la dedizione dimostrati in campo di battaglia.
Gli fu anche assegnato «a titolo di riconoscimento un premio in denaro» di cento lire per il «lodevole servizio prestato». Denaro che «l’artigliere Farolfi Antonio», ancora al fronte, chiese di rimettere «alla propria famiglia che si trova[va] in disagiate condizioni economiche».
Finita quella guerra, il reparto fu mandato in riposo a Berat dove Tonino fu ricoverato in un ospedale da campo affetto da malaria terzana maligna, la forma più grave della malattia che, se non curata tempestivamente, può portare rapidamente alla morte.
Dopo aver fatto la convalescenza a Durazzo, il 28 novembre 1941 il reparto fu rimpatriato e imbarcato per Bari dove sbarcò il giorno dopo. Da qui fu aggregato al 10° Reggimento Artiglieria a Caserta da dove, a turno, i soldati furono mandati in licenza di trenta giorni. A casa fu colto ancora dalla febbre malarica e ricoverato all’ospedale di Lugo, dove era stato allestito un ospedale per i malarici. Dopo quaranta giorni di degenza e trenta di convalescenza, ritornò al suo reparto del 6° Reggimento Artiglieria Isonzo a Gorizia.
Qui fu nuovamente ricoverato per la recidiva della malaria. Altri trenta giorni di convalescenza. Una malattia che lo perseguitò per anni e i suoi postumi lo segnarono per tutta la vita.
Rientrato al reparto, nel luglio 1943 partì la Sicilia dove fu assegnato alla 1.505a batteria del reparto artiglieria contraerea nei pressi di Marsala e Mazara del Vallo e, dopo qualche mese, aggregato a un reparto contraereo tedesco nel porto di Messina per contrastare lo sbarco degli alleati.
Questi erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943. L’Operazione Husky voleva aprire un fronte nell’Europa meridionale, risalire la penisola e sconfiggere l’Italia. Vi presero parte la 7a Armata statunitense del generale George Smith Patton e l’8a Armata inglese del generale Bernard Law Montgomery. Il comando di entrambe era del generale britannico Alexander: lo stesso che poi diresse anche l’Operazione Olive progettata per attaccare e sfondare la Linea Gotica sugli Appennini.
Man mano che gli angloamericani avanzavano, i tedeschi arretravano e con loro si ritirò anche il reparto di Tonino che rientrò nel continente, in Calabria, dove si posizionò tra Vibo Valentia e Vibo Marina. Qui, dopo un mese, il suo reparto fu fatto prigioniero dalle forze di occupazione e internato in un campo di concentramento. Una prigionia che durò quaranta giorni.
È in questo turbolento quadro storico in cui mio babbo e, con lui moltissimi altri giovani italiani, si trovò a scegliere e a dover prendere delle decisioni importanti.
Durante un trasferimento da Vibo Valentia a Sant’Eufemia, Tonino vide che quello era il momento buono per la fuga e scappò con altri amici. Ci riuscì e, giunto a Cosenza, si presentò al ricostituendo nuovo esercito badogliano.
Infatti, passato il primo momento di sbandamento, gli alti comandi italiani cercavano di ricostruire delle unità militari che potessero partecipare alle operazione belliche e per tutelare l’ordine pubblico. Anche se il morale tra i numerosi sbandati rientrati nei reparti era alquanto depresso, sfiduciati nei confronti dei superiori, che ritenevano responsabili della dissoluzione dell’esercito l’8 settembre 1943.
Inoltre, i rapporti con i nuovi alleati non erano dei migliori. Gli angloamericani avevano poca fiducia sull’atteggiamento ambiguo e sulle reali condizioni dell’apparato militare italiano. Per essere riconosciuti come cobelligeranti il re dovette dichiarare guerra alla Germania il 13 ottobre 1943. E anche dopo quel fatto, le unità italiane furono per lo più impiegate in servizi ausiliari e come mano d’opera per la ricostruzione di infrastrutture distrutte dal nemico.
Fu in questo quadro generale che Tonino, passati alcuni giorni per la riorganizzazione dei reparti, ora con l’uniforme del nuovo esercito guidato da Badoglio, fu inviato nella Sila per fare il servizio di guardia alla diga di una centrale elettrica. Nel giugno 1944 il reparto fu spostato in Sicilia, a Siracusa, per la difesa antiaerea del porto. Questa volta combattendo contro gli antichi alleati, ora nemici. …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
Una storia che Antonio Farolfi, mio babbo, detto Tonino e fiöl de Scorporé (ma di cui, in realtà, non era figlio, bensì nipote) si trovò costretto a ricostruire quando, al momento della pensione, richiese copia del foglio matricolare scoprendo una posizione del tutto diversa da quella che pensava. Erano scomparsi tutti i contributi di quegli anni di guerra: dal 1940 al 1944.
Al Distretto Militare non risultava più niente; nel Comune mancavano i registri che comprovavano i libretti di sussidio alla moglie; all’Ufficio Postale mancavano i registri di pagamento di questi sussidi; nella caserma dei carabinieri non c’erano più i registri che documentavano le licenze e le convalescenze. Tutto era andato distrutto sotto i tanti bombardamenti subiti da Portico durante il passaggio del fronte.
Una storia comune a tanti soldati che, dopo aver servito la Patria, si trovavano da questa dimenticati. L’unica via per documentare le loro posizioni era di collaborare tra commilitoni: scambiarsi dichiarazioni e fotografie attestanti che erano in forza insieme durante la guerra per cercare di ricostruire tutta la vicenda.
Ci fu una copiosa corrispondenza tra di loro per coprire tutto il periodo di richiamo e che riuscì a fargli riconoscere la pensione dovuta ai combattenti.
Testimonianze scritte, con cancellazioni, correzioni e ripensamenti, ricopiate a mano (il babbo aveva una bella calligrafia ed era molto preciso) e poi ribattute a macchina con una Olivetti Lettera 22 con nastro bicolore rosso/nero.
Un diario, finora inedito e rimasto chiuso in un cassetto di famiglia, che vale la pena di tirare fuori, perché le tante persone che lo conobbero e gli furono amiche possano serbare un suo ricordo.
Il 30 giugno 1940 Tonino stava mietendo il grano nei campi del podere di Querciolano quando il commesso comunale lo raggiunse per notificargli la cartolina rosa che lo precettava come artigliere alpino. Doveva presentarsi a Villa Vicentina (Udine), in forza alla 219a Batteria della 13a Artiglieria GAF (Guardia alla frontiera) del reggimento “Isonzo”. Doveva partire subito, il giorno dopo, quindi poco tempo per i saluti, abbracci e eventuali altre incombenze da sistemare.
Di certo, quando la mattina del primo luglio, un lunedì, salì sul treno a Forlì per Udine, non avrebbe mai immaginato che il sacrificio richiesto dalla Patria lo avrebbe tenuto lontano dalla famiglia per più di quattro anni di guerra, malattie e campo di concentramento… Se fosse ritornato.
Aveva già assolto il suo dovere di cittadino svolgendo il servizio miliare di leva obbligatoria con la qualifica di artigliere eliografista, ma il Duce lo aveva richiamato per dare un ulteriore contributo, questa volta assai più pesante, alle sue ambizioni guerrafondaie.
Il suo reparto fu mobilitato per il fronte greco-albanese. Il 23 luglio 1940 s’imbarcò a Bari sul piroscafo Viminale sbarcando a Durazzo il giorno dopo.
Il reparto, inquadrato nell’XI armata, si accampò a Miloti fino al 23 ottobre 1940 poi partì per il fronte. Raggiunse la prima linea nei pressi del ponte di Perati, dove ebbe il battesimo del fuoco. Un’avanzata in cui gli italiani combatterono eroicamente, ma dovettero ritirarsi, incalzati dalle controffensive greche in territorio albanese.
Il reparto ebbe vari spostamenti fra Telepeni e il ponte di Klisura, armato di obici «carrellati» trasportati dai trattori delle Divisione Centauro, combattendo sotto e sopra la collina di Monastero fino alla Bicocca a Quota 731.
Fu una campagna di guerra durissima. Perdite ingenti per entrambe le parti, con posizioni ripetutamente conquistate e perse. Intorno a sé vide cadere tanti suoi amici: molti morirono o furono feriti. Quelli che sopravvissero furono poi testimoni fondamentali per ricostruire la sua presenza al fronte.
L’Operazione Primavera scatenata nel 1941, ribattezzata la battaglia di Mussolini e nata da un capriccio del duce per non perdere la “faccia” con Hitler, che aveva invaso la Romania, alla fine si risolse in un fallimento e l’alleato tedesco dovette intervenire per impedire la completa disfatta.
«Spezzeremo le reni alla Grecia!» promise Benito. E la mattina del 2 marzo volò da Bari a Tirana per galvanizzare le truppe in vista dell’attacco delle fanterie alla zona di Monastero, che scattò alle 8.30 del 9 marzo, dopo un forte bombardamento dell’aviazione e dell’artiglieria.
Dall’altura del monte Komarit, seguì personalmente gli sviluppi della battaglia che durò per più giorni, rendendosi conto che i ripetuti attacchi non portavano risultati concreti. Fra offensive e controffensive, alla fine i greci riconquistarono e tennero la Quota 731. Fallita l’impresa che aveva provocato un’inutile strage di migliaia di soldati, Mussolini rientrò in Italia senza ammettere alcuna sua responsabilità, cercando altrove i «responsabili della pessima figura».
Una ricostruzione dettagliata di questa pagina di storia si legge nel libro di Pier Luigi Villari ricca di testimonianze tratte dai memoriali dei soldati.
Ricordi che ci fanno rivivere l’atmosfera di quella battaglia. L’autore ci spiega l’inutilità di quell’offensiva da cui il duce sperava di ottenere qualche vittoria e piccoli vantaggi territoriali e che invece si risolse in un’inutile strage.
I nostri soldati furono mandati allo sbaraglio con armamenti vetusti e privi di un’adeguata logistica di supporto, con comandanti più attenti alla loro carriera che al valore di quell’operazione.
Gli assalti della fanteria italiana per conquistare Quota 731 Monastero, così chiamata per la presenza di un edificio di culto semidiroccato, si risolsero in un massacro. Mio babbo combattendo da una postazione di obici, un po’ più arretrata, fu meno esposto, anche se il suo reparto tenuto sotto tiro dall’artiglieria greca contò i suoi morti e feriti.
Dopo un’avanzata di pochi giorni, gli italiani dovettero ritirarsi in territorio albanese, respinti dalle continue controffensive dei greci, molto più determinati dei nostri invasori a difendere la loro Patria.
Tonino fu decorato con la Croce al merito di Guerra e il nastrino con due stellette rilasciati dall’XI Armata ai combattenti che avevano prestato servizio attivo in zona di guerra o che erano stati feriti o caduti in azione. Un alto riconoscimento per il coraggio e la dedizione dimostrati in campo di battaglia.
Gli fu anche assegnato «a titolo di riconoscimento un premio in denaro» di cento lire per il «lodevole servizio prestato». Denaro che «l’artigliere Farolfi Antonio», ancora al fronte, chiese di rimettere «alla propria famiglia che si trova[va] in disagiate condizioni economiche».
Finita quella guerra, il reparto fu mandato in riposo a Berat dove Tonino fu ricoverato in un ospedale da campo affetto da malaria terzana maligna, la forma più grave della malattia che, se non curata tempestivamente, può portare rapidamente alla morte.
Dopo aver fatto la convalescenza a Durazzo, il 28 novembre 1941 il reparto fu rimpatriato e imbarcato per Bari dove sbarcò il giorno dopo. Da qui fu aggregato al 10° Reggimento Artiglieria a Caserta da dove, a turno, i soldati furono mandati in licenza di trenta giorni. A casa fu colto ancora dalla febbre malarica e ricoverato all’ospedale di Lugo, dove era stato allestito un ospedale per i malarici. Dopo quaranta giorni di degenza e trenta di convalescenza, ritornò al suo reparto del 6° Reggimento Artiglieria Isonzo a Gorizia.
Qui fu nuovamente ricoverato per la recidiva della malaria. Altri trenta giorni di convalescenza. Una malattia che lo perseguitò per anni e i suoi postumi lo segnarono per tutta la vita.
Rientrato al reparto, nel luglio 1943 partì la Sicilia dove fu assegnato alla 1.505a batteria del reparto artiglieria contraerea nei pressi di Marsala e Mazara del Vallo e, dopo qualche mese, aggregato a un reparto contraereo tedesco nel porto di Messina per contrastare lo sbarco degli alleati.
Questi erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943. L’Operazione Husky voleva aprire un fronte nell’Europa meridionale, risalire la penisola e sconfiggere l’Italia. Vi presero parte la 7a Armata statunitense del generale George Smith Patton e l’8a Armata inglese del generale Bernard Law Montgomery. Il comando di entrambe era del generale britannico Alexander: lo stesso che poi diresse anche l’Operazione Olive progettata per attaccare e sfondare la Linea Gotica sugli Appennini.
Man mano che gli angloamericani avanzavano, i tedeschi arretravano e con loro si ritirò anche il reparto di Tonino che rientrò nel continente, in Calabria, dove si posizionò tra Vibo Valentia e Vibo Marina. Qui, dopo un mese, il suo reparto fu fatto prigioniero dalle forze di occupazione e internato in un campo di concentramento. Una prigionia che durò quaranta giorni.
È in questo turbolento quadro storico in cui mio babbo e, con lui moltissimi altri giovani italiani, si trovò a scegliere e a dover prendere delle decisioni importanti.
Durante un trasferimento da Vibo Valentia a Sant’Eufemia, Tonino vide che quello era il momento buono per la fuga e scappò con altri amici. Ci riuscì e, giunto a Cosenza, si presentò al ricostituendo nuovo esercito badogliano.
Infatti, passato il primo momento di sbandamento, gli alti comandi italiani cercavano di ricostruire delle unità militari che potessero partecipare alle operazione belliche e per tutelare l’ordine pubblico. Anche se il morale tra i numerosi sbandati rientrati nei reparti era alquanto depresso, sfiduciati nei confronti dei superiori, che ritenevano responsabili della dissoluzione dell’esercito l’8 settembre 1943.
Inoltre, i rapporti con i nuovi alleati non erano dei migliori. Gli angloamericani avevano poca fiducia sull’atteggiamento ambiguo e sulle reali condizioni dell’apparato militare italiano. Per essere riconosciuti come cobelligeranti il re dovette dichiarare guerra alla Germania il 13 ottobre 1943. E anche dopo quel fatto, le unità italiane furono per lo più impiegate in servizi ausiliari e come mano d’opera per la ricostruzione di infrastrutture distrutte dal nemico.
Fu in questo quadro generale che Tonino, passati alcuni giorni per la riorganizzazione dei reparti, ora con l’uniforme del nuovo esercito guidato da Badoglio, fu inviato nella Sila per fare il servizio di guardia alla diga di una centrale elettrica. Nel giugno 1944 il reparto fu spostato in Sicilia, a Siracusa, per la difesa antiaerea del porto. Questa volta combattendo contro gli antichi alleati, ora nemici. …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
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