Iris Versari, Silvio e la banda Corbari
Questo capitolo delinea le figure di Iris Versari e Silvio Corbari, ripercorrendo le loro vite, le azioni audaci della banda e il tragico epilogo a Ca' Cornio. Si evidenziano alcuni dettagli inediti della vita di Iris prima della guerra, le astuzie di Silvio come quella di fingersi matto alla visita di leva per evitare il servizio militare, il ruolo dei preti e il legame di stima reciproca con figure come don Ernesto Tartagni e don Luigi Piazza, il tradimento finale del giovane delatore Franco Rossi, che guidò i fascisti del Battaglione "M" fino al rifugio di Ca' Cornio.
Iris nacque il 12 dicembre 1922 – all’epoca il Comune era ancora sotto la Provincia di Firenze – dal matrimonio di Angelo Versari e Alduina Calcini, terza di sei figli, tre maschi e tre femmine. Da Pecorile, la famiglia si spostò in vari poderi fino a quello di Val Capra, comprato dal babbo. Infine, nel 1942, si trasferì al podere Ca’ Tramonte in parrocchia di Ottignana presso Tredozio. Le fotografie ci mostrano una giovane donna, elegante e sorridente, con un portamento fiero e risoluto.
La famiglia era di idee anarco-socialiste, tant’è che Annibale, il nonno paterno, era soprannominato Fratellanza; il padre Angelo e lo zio Pietro erano impegnati nelle associazioni sindacali dei contadini e la stessa mamma Alduina nel dopoguerra dichiarò che «la mia povera Iris era una militante del Partito Comunista come tutta la mia famiglia».
Per Berto, il fratello minore, era «una bella ragazza, piena di voglia di vivere, cui piaceva cantare e ballare, la più affettuosa della famiglia, sempre allegra…».
Aveva una bella voce e un gruppo musicale locale aveva tentato di scritturarla. E quando prestò servizio come cameriera a Firenze in casa dello scrittore e regista Mario Soldati, si dice che questi le proponesse di entrare nel mondo del cinema. Ma i genitori, gente all’antica, ritenendo quei mestieri non adatti a una ragazza «onesta», non acconsentirono.
Per aiutare casa e avere un minimo d’indipendenza economica, a sedici anni cominciò a lavorare come domestica presso varie famiglie. A Firenze e in altri luoghi: Rocca San Casciano, Faenza e Forlì in casa di Pino Romualdi, politico importante della RSI e poi, nel dopoguerra, del MSI.
Omero Tassinari di Rocca ricordava quando l’Iris era a servizio del notaio Versari e a volte usciva di casa, ben vestita in nero, graziosa col suo grembiulino bianco. E quando, dopo il 25 luglio 1943, a Rocca si vide sempre più spesso un capitano dal volto mussoliniano, fidanzato della figlia del notaio. Era Pino Romualdi, di cui la gente del paese diceva essere nientemeno che il figlio di Mussolini.
Una permanenza lontano da Tredozio che le consentì di conoscere realtà diverse, che certamente influì nel suo modo di pensare e di vestire, e la convinse a entrare nella Resistenza.
Lui era Silvio, (detto Curbéra) registrato all’anagrafe come Sirio, nato a Faenza il 10 gennaio 1923 in Borgo Durbecco da Anna Ciani maritata con Domenico Corbari, quarto di cinque figli: tre maschi e due femmine.
Appena diciannovenne, sposò Lorenzina Casadio (detta Lina), da cui ebbe un figlio, Gian Carlo.
Anche Silvio era un bel ragazzo, con lo sguardo diretto e spavaldo, imprevedibile e audace, con un forte carisma sui propri compagni.
Giocatore di calcio con un certo talento, se riuscì a essere tesserato nella squadra del Faenza che disputava il campionato di serie C.
Di carattere aperto e gioviale, amante dello «scherno e della beffa, l’umorismo e l’irrisione» – così si legge nelle sue biografie – frequentò il teatrino parrocchiale recitando nelle commedie popolari, imparando l’arte del travestimento che poi gli sarebbe tornata utile da partigiano.
Nel 1942, quando fu chiamato alla visita di leva in cui bisognava mostrarsi completamente nudi, si presentò appuntandosi sul petto con due puntine un cartello con scritto: «Sono matto». I medici militari, senza scomporsi, gli tolsero il cartello disinfettando le ferite e, dopo la visita, glielo riattaccarono con scritto dall’altra parte: «Abile arruolato».
Nell’attesa della chiamata, frequentò come apprendista la bottega di meccanico di un suo parente.
Quando gli arrivò la cartolina rosa, partì da Faenza insieme a Primo Palli, un ragazzo nato a Pianbaruccioli sopra San Benedetto in Alpe, che abitava al Gorgone, un podere presso Marzeno, sulla strada di Modigliana. Primo sarebbe poi diventato uno dei suoi partigiani più fidati.
Corbari non voleva fare il soldato e in caserma combinò molte stranezze per essere congedato, tanto da farsi ricoverare in vari ospedali militari sotto osservazione. Riuscì così a ottenere una lunga licenza di convalescenza e quando il 25 luglio 1943 cadde il fascismo, lui era a casa.
Il rapporto fra i due giovani nacque durante i giorni dell’occupazione di Tredozio. Fu qui che Silvio vide per la prima volta Iris.
Lei lo conobbe perché era già nella Resistenza (la sua famiglia era manifestamente ostile al regime fascista) e se ne invaghì o entrò nella Resistenza perché ne era già innamorata?
Il loro fu vero amore o una relazione occasionale nata dalle circostanze, che si sarebbe risolta al termine della guerra?
Domande senza risposte certe. Quando sua moglie venne a sapere della tresca fra i due, prese la cosa molto pragmaticamente. La situazione in quel momento non consentiva chiarimenti approfonditi nella coppia: c’era la guerra e un figlio di mezzo; poi, dopo, si sarebbe visto cosa succedeva.
Certo è che la sua relazione con un famoso capobanda sposato con un figlio, con i suoi comportamenti irrituali, era motivo di scandalo: indossava i pantaloni, montava un cavallo bianco, era sempre armata e uccideva i nemici.
L’opinione corrente dell’epoca la condannava. E anche nella banda era mal tollerata, unica donna fra tanti maschi. Comunque, tra loro nacque un rapporto intenso e d’intesa totale.
E allora – si legge nei vari profili agiografici sul personaggio – i due «si attrassero subito perché erano due esseri solitari con una grande esuberanza dentro» e Iris «abbandonò tutto e lo seguì».
Ben presto il giovane si distinse per l’avversione al fascismo… un animo ribelle! E dopo il 25 luglio 1943 con le dimissioni di Mussolini e poi l’armistizio dell’8 settembre, la fuga del re e l’Italia spaccata in due, non ebbe dubbi e salì in montagna per organizzare la Resistenza.
Politicamente come la pensava? Don Carlo Bandini, pievano di Tredozio e faentino come lui, diceva che era un buon ragazzo che, però, si era esaltato. Prima non era comunista, ma poi si era fatto montare la testa dall’Iris.
Per Dino Ciani – uno dei primi ribelli faentini che il 9 settembre 1943 raccolsero armi nelle caserme abbandonate della città, fratello di Vittorio, un partigiano ferito nello scontro di Ca’ Morelli – Corbari non era mai stato «né comunista, né di altri partiti» e aveva «sempre avuto uno spirito anarchico e libertario».
Con gli altri soggetti della Resistenza ebbe sempre un rapporto difficile. Mentre il partito comunista faentino temporeggiava e i socialisti e i repubblicani si adeguavano all’ambiente, Silvio entrò subito in contrasto con i dirigenti del CLN locale non accettando le forme d’inquadramento imposte da quell’organizzazione che pretendeva un commissario politico da affiancare al comandante. La sua idea era di evitare briglie politiche che potevano «creare attriti, inimicizie e divisioni fra i suoi uomini».
Formò, allora, un proprio gruppo di elementi scelti e motivati, ben equipaggiati con le armi sottratte ai nemici, in un primo momento incapaci di rispondere efficacemente a questa nuova modalità di lotta. Banda in cui entrò Adriano Casadei, di poco più vecchio di lui, con cui instaurò un profondo rapporto di amicizia e stima. Il suo ingresso portò a un miglioramento della capacità organizzativa e dell’efficacia della formazione bilanciando la spavalderia e l’impulsività di Corbari.
Adriano Casadei (classe 1922), sportivo praticante l’atletica, aveva frequentato l’ITIS (Istituto Tecnico Industriale) di Forlì, interrompendo poi gli studi. Cresciuto nelle organizzazioni cattoliche, era il fondatore del movimento patriottico Giovane Italia, di ispirazione repubblicana, e organizzatore di gruppi di giovani antifascisti.
Il 27 marzo 1944, mentre faceva propaganda in città, a Forlì, fu fermato più volte dai militi della GNR (la Guardia Nazionale Repubblicana). Sentendosi scoperto, decise di salire in montagna, insieme ad altri amici, con i partigiani con cui già collaborava. Raggiunse il Monte Trebbio dove incontrò Corbari e chiese di unirsi a lui.
A quel punto Casadei continuò a muoversi tra la montagna e Forlì. Pian piano, aumentò il suo impegno, indirizzando verso la Resistenza molti giovani costretti a scegliere tra l’esercito repubblichino e i partigiani. Alla fine entrò nel gruppo organizzandolo militarmente, essendo stato allievo sottufficiale dell’aeronautica.
Con la sua banda, Corbari realizzò una serie di imprese spettacolari, fulminee e imprevedibili, capaci di creare una forte risonanza sull’opinione pubblica. Azioni che tennero in scacco mezza Romagna e anche parte della Toscana, circondando la sua figura di un alone mitico, capace di eccitare la fantasia popolare. Eccone alcune.
Assalti agli autocarri tedeschi, alle caserme dei carabinieri, alle case del fascio, ai presidi della GNR. Anche nel nostro Comune: nell’ottobre 1943 furono aggredite, a pochi giorni di distanza una dall’altra, la caserma della GNR di San Benedetto, la casa del fascio di Bocconi e le caserme della GNR e dei carabinieri di Portico.
Il 16 ottobre 1943 lungo la strada nazionale di Rocca San Casciano era parcheggiato un camion con dei miliziani incaricati di prelevare dei sacchi di grano dal Consorzio Agrario. Avvertiti da un confidente, Corbari e compagni decisero di agire. Catturati i militi, li disarmarono e li spogliarono.
Poi, indossate le loro divise, iniziarono una lunga scorribanda nel faentino, nel forlivese, fino in Casentino. Su e giù per i valichi della Calla, dei Mandrioli e del Muraglione. Un’avventura che fece nascere la leggenda del camion fantasma.
Così travestiti, espugnarono caserme, smantellarono posti di blocco, sparando contro gli avversari quando incontravano resistenza o umiliandoli facendoli correre in mutande per i campi quando erano pochi, gozzovigliando nelle ville dove sapevano che c’era abbondanza di cibo. Alla fine tornarono in Romagna, a Faenza, dove abbandonarono il camion, dileguandosi nella notte.
Ma l’azione più eclatante fu l’occupazione di Tredozio il 9 gennaio 1944 quando la banda accerchiò la caserma dei carabinieri disarmandoli e lasciandoli liberi. Poi, dopo aver caricato un camion di viveri e armi, i partigiani si portarono dietro il maresciallo Vitale per garantirsi da eventuali soprese per la strada.
Lo lasciarono andare appena giunti a Ca’ Morelli, un casolare in cima al Monte Busca sulla strada che va a Portico. Qui Silvio aveva deciso di fermarsi perché lo riteneva ben sorvegliato e protetto. Il giorno dopo rientrarono in paese ben accolti dalla gente. La banda vi restò per undici giorni per dimostrare a tutti che le forze partigiane erano ben organizzate e in grado di resistere e contrastare validamente il nemico.
Per i nazifascisti fu uno smacco enorme. Non potevano tollerare un affronto simile e decisero un’azione di forza che eliminasse per sempre quel soggetto così pericoloso. La notte fra il 19 e 20 gennaio, militari della GNR e una compagnia d’artiglieria tedesca, più di cento uomini, furono trasportati fino a Portico. Divisi in varie colonne, risalirono sul Monte Busca fino a Ca’ Morelli dove arrivarono che era ancora buio.
Accerchiato il casolare, intimarono ai partigiani di arrendersi e cominciarono subito a sparare. Dall’interno risposero al fuoco e lo scontro durò per più di un’ora. Alcuni morirono, altri si gettarono dalla finestra per sfuggire all’accerchiamento.
Furono catturati in venti; non si salvò nessuno. Gli aggressori incendiarono la casa, legarono gli uomini portandoli a Castrocaro e, qualche giorno dopo, li trasferirono a Bologna. Furono processati da un tribunale tedesco a Verona: sette furono fucilati; gli altri deportati al campo di concentramento a Mauthausen.
Corbari seppe della loro cattura dai suoi compagni mentre faceva colazione a casa dell’Iris. Si può immaginare la sua disperazione. Erano rimasti soli con i pochi sfuggiti al rastrellamento e su di lui pendeva una taglia di trentamila lire per l’occupazione di Tredozio.
Una settimana dopo ci fu un nuovo imponente rastrellamento e a Ca’ Tramonte furono arrestati tutti i membri della famiglia Versari: babbo Angelo con la mamma Alduina e i fratelli Berto, Lilia e Romualdo, fratelli minori di Iris. Caricati in un camion e trasportati a Forlì, insieme ad altri sospettati di connivenza con i partigiani.
Poi furono trasferiti a Bologna dove ritrovarono gli altri arrestati di Ca’ Morelli. Qui furono sottoposti a duri interrogatori.
I tre fratelli furono liberati dopo oltre un mese di prigionia mentre i genitori, insieme agli altri arrestati, furono condannati dal tribunale militare tedesco di Verona «per favoreggiamento e aiuto ai ribelli»: quattro anni al babbo e tre anni alla mamma. Angelo morì in un campo di concentramento, mentre Alduina dopo quattordici mesi di prigionia tornò a casa nel giugno 1945, dove apprese la morte della figlia.
Il CLN faentino non aveva gradito l’occupazione di Tredozio prevedendo, come in effetti ci fu, una reazione da parte dei nazifascisti. Per cercare un accordo e «per discutere un piano militare e una condotta politica unitaria», organizzò degli incontri, cui parteciparono, oltre ai dirigenti dei partiti, anche i capi dell’8a Brigata Garibaldi Romagna e Corbari.
Nel tentativo di imbrigliare il ribelle, gli fu proposto il comando di un battaglione, ma sotto la supervisione di un commissario politico. Corbari rifiutò ogni compromesso decidendo di continuare le azioni a modo suo.
Lo storico Luciano Casali, studioso dei movimenti partigiani afferma che «Corbari non era e non poteva essere un comandante partigiano, non aveva né le capacità né la mentalità […] era indubbiamente un individuo in grado di fare colpi di mano, azioni individuali e di piccoli gruppi, ma incapace di fare il salto di qualità che la Resistenza fece a partire dalla tarda primavera del 1944, quando nelle colline del Ravennate e del Forlivese si rifugiarono centinaia di giovani che non rispondevano ai bandi di chiamata alle armi e si cominciò a organizzare un complesso sistema di distaccamenti e di brigate che operavano su un territorio vastissimo […] sia dal punto di vista politico che militare. Corbari era dunque un ribelle e non un partigiano».
Dopo quella disfatta aveva bisogno di compiere qualcosa di eclatante. Insieme con Iris, ricostituì la banda che riprese subito ad agire, organizzando azioni clamorose.
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Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
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