Partigiani e fiancheggiatori locali
Questo capitolo mette in luce non solo le imprese della Resistenza, ma anche il ruolo cruciale di civili e religiosi che hanno sostenuto la lotta clandestina a rischio della vita, e di partigiani locali che hanno collaborato con la Banda Corbari e con le Brigate Garibaldi.
Questo capitolo mette in luce non solo le imprese della Resistenza, ma anche il ruolo cruciale di civili e religiosi che hanno sostenuto la lotta clandestina a rischio della vita, e di partigiani locali che hanno collaborato con la Banda Corbari e con le Brigate Garibaldi.
Quando l’8 settembre 1943 il Maresciallo Pietro Badoglio annunciò alla radio l’armistizio fra l’Italia e gli alleati, anche nel nostro Comune ci furono manifestazioni di gioia. La gente era felice. Ma dopo lo sfacelo dell’esercito, i militari, senza ordini chiari erano indecisi sul da farsi. La maggior parte dei soldati e degli ufficiali ebbe un’idea sola: «tornarsene a casa». Quelli del nord se ne stavano andando, ma quelli del sud, occupato dagli inglesi, non sapevano come comportarsi. Altri ebbero subito chiaro che il nemico era cambiato e salirono in montagna.
Nacquero così i primi gruppi della Resistenza: «il partito comunista e il partito d’azione crearono i primi gruppi organizzati per alimentare la guerriglia: si costituirono i primi distaccamenti Garibaldi e le prime bande del partito d’azione che più tardi assunsero la denominazione di brigate Giustizia e Libertà (GL), dal nome del movimento creato in esilio dai fratelli Rosselli. Queste formazioni ebbero un carattere estremamente politicizzato […]».
Il 23 settembre Benito Mussolini instaurò la Repubblica Sociale Italiana (RSI) nella parte di territorio italiano occupato dai tedeschi, subito ribattezzata con valore spregiativo da Radio Londra: la repubblichina. Comprendeva la maggior parte del Centro-Nord con capitale Salò, sul lago di Garda.
Così l’Italia si trovò divisa a metà, con la guerra in atto da Napoli a Cassino, ad Anzio, con i bombardamenti sulle città da Roma in su, da parte delle fortezze volanti alleate.
Il nuovo regime cercò subito di formare un nuovo esercito dando l’incarico a Rodolfo Graziani, già responsabile delle campagne di Libia e Etiopia. Il generale contava di ricostruirlo reclutando volontari tra i seicentomila militari internati in Germania evitando la coscrizione obbligatoria. Ma, salvo qualche caso isolato, i più scelsero la prigionia piuttosto che il tradimento.
Il 9 novembre 1943 fu quindi promulgato il primo bando per il richiamo alle armi delle classi 1923, 1924 e 1925. Si presentarono circa la metà dei precettati: un buon successo, superiore alle aspettative degli stessi fascisti, ma non all’altezza dei risultati sperati.
Così col bando del 18 febbraio 1944 le sanzioni furono aggravate: si comminava «la pena di morte mediante fucilazione al petto per coloro che non si fossero presentati entro tre giorni dalla scadenza del bando stesso e per chi, allontanatosi dal reparto non vi avesse fatto ritorno in breve tempo. La pena di morte era estesa ai renitenti alla chiamata, equiparati di fatto, ai disertori».
Molti giovani si presentarono per il timore delle dure sanzioni minacciate ai renitenti; ma poi furono molte le reclute che «se la squagliarono» prima di essere mandate in Germania per l’addestramento. A fianco dell’esercito fu affiancata una Guardia nazionale repubblicana (GNR) dipendente dal Ministro dell’Interno e altre formazioni paramilitari fasciste che presero il nome di Brigate Nere, e che sarebbero state utilizzate contro le formazioni partigiane.
In risposta a questi bandi, gli antifascisti reagirono diffondendo dei volantini che invitavano i giovani a non presentarsi alle caserme e ad aderire alla Resistenza. Ogni formazione partigiana aveva il suo personale approccio di reclutamento. In tutti i testi si puntava, comunque, a dare l’idea di un popolo unitario «in cui i renitenti erano figli e fratelli e le loro famiglie erano accomunate al resto degli italiani in lotta contro i tedeschi e i fascisti e vittime dei loro soprusi».
Anche a Portico, i fascisti cercarono di reclutare dei volontari. I giovani portichesi, convocati nella sede del fascio, furono invitati ad aderire all’esercito della Repubblica Sociale Italiana o andare a lavorare in Germania. Nessuno accettò. Furono tutti rinchiusi nella caserma dei carabinieri. La notizia fu subito di dominio pubblico e, in poco tempo, molte donne del paese accorsero davanti alla caserma manifestando rumorosamente. Dino Valli ricordava bene il fatto. Fu certamente una delle prime manifestazioni di Resistenza.
L’ufficiale tedesco, colpito da quell’inaspettata reazione, consentì ai reclusi di tornare a casa con l’impegno, però, di ripresentarsi la mattina dopo. I giovani non se lo fecero ripetere e quella notte sparirono nella campagna circostante.
Dovettero stare nascosti per parecchi giorni per paura dei rastrellamenti dormendo fuori, nei casotti delle vigne, all’aperto se il tempo era buono.
Di giorno stavano chiusi in casa. Fra i carabinieri, qualcuno faceva finta di non vederli, ma di altri c’era da non fidarsi.
Poi venne la scappatoia della Organizzazione Todt che reclutava mano d’opera per la costruzione della Linea Gotica. Gli operai erano assunti, regolarmente inquadrati dalla ditta appaltatrice dei lavori, ma diretti da militari tedeschi.
Anche Dino Valli col suo amico Ronconi di Portico furono precettati alla Todt. Uno dei loro compiti era quello di fare il giro della Linea Gotica dal Muraglione fino al Monte Peschiena per rilevare le presenze degli operai.
Questo per consentire di coprire le assenze di coloro che collaboravano con la Resistenza. In cima al monte, sul versante romagnolo, c’era un posto di guardia dove due vecchi militari tedeschi tenevano sempre pronte delle patate lesse. E fu mangiando queste patate offerte dai due tedeschi che Valli e Ronconi assistettero al tremendo bombardamento di Borgo San Lorenzo.
Molti furono gli assunti alla Todt nel nostro Comune, impegnati per tutto l’inverno e la primavera successiva, che lavorarono nel versante toscano dell’Appennino tosco-romagnolo.
Costruivano trincee, camminamenti, postazioni, ricoveri. Fortunatamente un lavoro inutile, perché nel settembre 1944, quando gli alleati sfondarono la Linea Gotica, questa cedette in poco tempo costringendo i tedeschi a ritirarsi su una seconda linea (Linea verde n. 2) di cui Portico era un punto centrale.
Quando i lavoratori erano arruolati, la Todt rilasciava loro una tessera verde, molto spesso rivenduta a prezzi di mercato nero. Il proprietario di questa carta era al riparo da rastrellamenti e azioni di caccia all’uomo.
Molti lavoratori, poi, andavano coi partigiani portandosi questo foglio da esibire in caso di controlli. Ma siccome non dava serie garanzie per l’accertamento dei titolari, fu introdotto un documento supplementare con un colore che cambiava ogni quattro settimane. Chi ne era sprovvisto poteva essere arrestato. Poi fu introdotta una misura ancora più restrittiva: un documento unico valido solo per quattordici giorni. Tutti questi cambiamenti dimostravano che i lavoratori sfuggiti e i partigiani avevano tante possibilità per procurarsi documenti falsi ed evitare la cattura.
Tutti questi controlli comportavano l’utilizzo di un’enorme quantità di uomini che non potevano essere impiegati al fronte:
«Nell’estate e nell’autunno del ’44 furono condotti rastrellamenti sistematici nel retroterra delle armate tedesche, cioè nella zona della Linea Gotica, compiuti da reparti della Wermacht, della “Waffewn-SS” (che aveva uno status particolare) e di polizia. […] Non pochi tedeschi si resero conto dell’effetto controproducente di queste azioni. Scheiber notò: “Il numero degli italiani che hanno ingrossato le file dei partigiani a causa di queste azioni, non è noto, però dovrebbe essere più alto di quello dei lavoratori arrestati”».
Il primo ottobre 1943 Dino Valli e il suo amico Angiolino, mentre erano in cerca di funghi prataioli dalle parti di Cavioni, un podere sul crinale appenninico, a cavallo fra le valli del Tramazzo e del Montone, incontrarono un gruppo con delle persone straniere provenienti da villa Valensin sopra Tredozio che salivano al Monte Freddo, l’Acquacheta e la Colla dei Lastri per passare in Toscana.
Erano ex prigionieri inglesi fuggiti dal campo di prigionia di Fossoli di Carpi che rimasero ospiti nella villa per qualche giorno, finché ripartirono per cercare di raggiungere le proprie linee nel meridione.
Il CLN si era impegnato ad assistere i prigionieri di guerra alleati che, fuggiti dai campi di concentramento, vagavano per le campagne in cerca di una via di scampo.
Ottantacinquemila uomini internati nei campi di concentramento in Italia con la paura di essere trasferiti in Germania. Un’operazione che fu agevolata dal buon cuore della popolazione che, senza alcun bisogno di incitamenti, si prodigò a offrire ospitalità e salvezza ai fuggiaschi di ogni nazionalità.
Lo stesso Churchill, preoccupato per la loro salvezza, il 26 luglio 1944 aveva scritto a Roosevelt che l’opinione pubblica inglese si sarebbe profondamente commossa per «l’immediata liberazione di tutti i prigionieri di guerra britannici in mano italiana e la proibizione del loro trasporto verso il nord e la Germania».
Fu in questa occasione che i nostri due amici incrociarono i fuggiaschi.
Il professor Guido David Valensin, che li aveva ospitati, era un esponente molto attivo nei circoli culturali fiorentini, con un passato di adesione convinta al fascismo. Le leggi razziali del 1938 posero fine alla sua brillante carriera per le sue ascendenze ebraiche.
La guerra, la Resistenza e il passaggio del fronte furono momenti difficili per Valensin che «non esitò a compiere una precisa scelta di campo a fianco degli alleati e di quanti si battevano contro l’occupazione nazifascista».
La stessa figlia Giorgia non esitò a collaborare con la banda Corbari nel gennaio del 1944, dopo lo scontro di Ca’ Morelli, per la cura dei partigiani feriti.
Arrivati a Cavioni i nostri amici incontrarono un tizio che si fermò a parlare con accento straniero, facendo loro molte domande. Dino, molto sospettoso, rimase sulle sue, mentre Angiolino si lasciò andare parlando di antifascismo e di ribelli.
Il giorno dopo, mentre i due stavano conversando sul ponte dell’Olmo, si avvicinò il tizio che avevano incontrato il giorno prima. Questi prese Angiolino e lo trascinò in caserma accusandolo di essere connivente con i partigiani. L’altro si difese dicendo che aveva fatto per finta, ma non fu creduto e fu portato al comando tedesco di San Godenzo. Qui, dopo essere stato malmenato, fu rilasciato.
L’8 ottobre 1943 s’era sparsa la notizia che dopo l’armistizio i tedeschi avevano catturato diecimila carabinieri nei Balcani e millecinquecento a Roma, provocando lo sbandamento di altri settemila, deportandoli in Germania. Impauriti, molti carabinieri di stanza nella caserma Carlo Corsi di fronte alla Stazione di S. Maria Novella a Firenze se ne andarono.
Tra questi c’era il giovane Aldo Neri di San Benedetto in Alpe che prese il treno del Mugello diretto a Faenza, scendendo a Marradi. Da qui andò dal parroco di S. Adriano, don Nerino Neri, suo cugino, evitando San Benedetto, dove sarebbe stato certamente ricercato.
Aldo rimase nascosto un paio di mesi nelle macchie intorno al paese. Ma con l’inverno, il freddo, la neve e i rischi che aumentavano, decise di rientrare al suo reparto a Firenze confidando sulle promesse scritte nei bandi agli sbandati. Una corte marziale condannava a morte i disertori; ma con la pena sospesa fino alla fin della guerra, perché in quel momento c’era necessità di uomini.
Con la buona stagione tornò a San Benedetto, dove si stava formando un gruppo di partigiani autonomo, composto da elementi del luogo.
Si nascose nelle macchie intorno al paese. Ora a San Benedetto non c’era più la caserma dei carabinieri, ma un reparto di SS italiane alloggiate in caserma e nella Casa del Fascio. Un presidio faceva la guardia al posto di blocco sul ponte e a una finestra della osteria di Valtancoli che guardava il ponte, era piazzata una mitragliatrice.
Inoltre i fascisti lo stavano cercando con l’ordine di arrestarlo. Anche il fratello Angiolino Neri, che per un po’ era andato a lavorare alla Todt, era in difficoltà a mantenere i contatti con lui. Aldo, allora, prese le armi e si spostò sul Làvane da Etterino Gamberi, un pastore della Maremma che curava un gregge col suo nipote Cencio, accordandosi con lui per far pascolare le pecore.
La mattina dell’8 giugno 1944, anche un altro giovane di San Benedetto, Vittorio Mengozzi, salì verso Pian d’Astura, per entrare nel gruppo. Lo attendeva Aldo Neri con la sua pistola d’ordinanza in mano. I due passarono da Fontanareda e salirono sul Monte Làvane.
Raggiunsero la Fossa di Mone – un fossone sotto la vetta del Làvane, che da tempo era divenuto ricettacolo di tutti quelli che dovevano nascondersi. A questi si aggiunsero Filippo Mengozzi e altri giovani sanbenedettini, fra cui Beppuccio Frassineti, giovane ventenne, tutti armati alla bell’e meglio. Insieme formarono un gruppo di una decina di elementi, che via via s’incrementò con nuovi ingressi, fra cui Angiolino, il fratello di Aldo. La nipote di Etterino, di San Benedetto, fidanzata con un ufficiale del paese, riusciva a passare informazioni utili ai ribelli.
Quando ai primi di settembre il Làvane fu percorso da un movimento continuo di sfollati che venivano dalla Toscana verso la Romagna, anche Etterino dovette andarsene. Si avviò verso Tredozio, aiutato dal nipote Cencio e dai fratelli Neri. Dalla Fossa di Mone raggiunsero il Passo della Peschiera. Incrociarono dei tedeschi incaricati dello sfollamento e della stima degli armenti, che li lasciarono andare. Proseguirono per il Becco, poi per i crinali fino alla Collina di Tredozio, dove abitava un parente del pastore. Quindi, Angiolino e Cencio tornarono indietro fino alla Fossa di Mone per riunirsi al gruppo. …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: La Liberazione del Comune di Portico e San Benedetto dal nazifascismo. Linea Gotica agosto - ottobre 1944.
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