1701
Ponte di Porta Fiorentina (oggi «al campo sportivo»)
sul fiume Montone a Dovadola
Questo racconto ricostruisce una storia molto affascinante e tormentata, segnata da crolli, liti giudiziarie e sfide ingegneristiche contro le piene del fiume Montone.
Qui sotto riporto il disegno storico dell'ingegner Buonenove, messo a confronto con la foto attuale del ponte "al campo sportivo".
Qui sotto riporto il disegno storico dell'ingegner Buonenove, messo a confronto con la foto attuale del ponte "al campo sportivo".
Antonio Fedi – «pittore paesaggista» al seguito della spedizione del «matematico regio» Pietro Mazzoni del 1788 per la progettazione della nuova Strada di Romagna da Firenze al mare Adriatico passando per l’appennino tosco-romagnolo – realizzò uno splendido acquerello sulla «veduta della Terra di Dovadola» dove, al centro del dipinto è rappresentato il «ponte verso Firenze, detto di Porta Fiorentina». Sulla sua sinistra vediamo la «pila del vecchio ponte rovinato», sempre più a sinistra, in alto, il «ponte di sotto» vicino alla «badia della SS. Annunziata» e, alla sua destra, la «badia di Sant’Andrea».
Un ponte che nel disegno fatto qualche anno dopo dall’ingegner Dario Giuseppe Buonenove, fu descritto «ad archi asimmetrici, con quello di destra rialzato e stemma mediceo. A sinistra una piccola apertura per il passaggio di una gora».
Sono questi i riferimenti spaziali e temporali del ponte oggetto di questa storia che comincia molti anni prima e che, nel cercare di ricostruirla, risulta lunga e travagliata.
Le prime notizie risalgono al 6 giugno 1646 quando il soprassindaco Cosimo degli Albizi, per vigilare sugli interessi della comunità, inviò l’«ingegnere Baccio del Bianco al ponte di Dovadola insieme col maestro Francesco Tosi muratore capomaestro di detto ponte per stare informato dei lavori che si dicono di fare a detto ponte».
Negli anni seguenti il ponte fu ricostruito più volte in legno, ma rovinava periodicamente a ogni grossa fiumana. Così si decise di farlo in pietra, ma per raggiungere questo risultato sarebbero occorsi anni di lavoro, liti giudiziarie e un notevole impegno economico.
Nel giugno 1679 la Deputazione di strade e ponti aveva chiesto all’ingegner Pier Francesco Silvani di trasferirsi a Dovadola «per visitare, e considerare se il lavoro del ponte principiato sopra al fiume Montone sia stabile e per ordinare i lavori necessari per perfezionarlo» facendo «sopra di esso la pila del suddetto ponte».
Il 20 giugno l’ingegnere fece la visita, presente Francesco Tosi, muratore e lastricatore della Lastra di Fiesole sopra Firenze. Un imprenditore che operava nel Mugello e che si era allargato nella sua attività anche nella Romagna fiorentina. Il Tosi disse di aver fatto «questo fondamento sopra una palafitta assai densa», averlo «bene armato con catene», inchiodato «con buonissimi chiodi di ferro» e, infine, avere «votato la cassa con le acque chiare».
Il sopralluogo era stato sollecitato dal deputato Sforza Ghini della Provincia minore di Romagna, molto preoccupato, che si lamentava che «per la pila di mezzo non esser sufficiente profitto del fondamento, perché li pali non andavano in fondo quanto bisognava». Il Tosi replicò che il gonfaloniere di Dovadola Franco Tassinari e don Tommaso Tassinari vicario della Badia avevano
visto ficcare moltissimi pali, e che andavano in fondo con violenza, e che più non potevano andare, e similmente haver visto la cassa tutta vota, e rimontata con le cerchiate, et essere stata ripiena con buonissimo smalto per altezza di detto ponte, e che li pareva potesse essere stabile e ben manipolato.
Siccome il ponte era già stato costruito un’altra volta ed era subito rovinato, il Silvani ritenne che questo dipendesse dal fatto che il fiume in quella parte faceva una svolta quasi ad angolo, e la percussione dell’acqua andava a battere sulla pila di mezzo e che per tale difetto poteva «essere rovinata» perciò, concludeva, se si rifaceva nello stesso posto, in breve sarebbe tornata «la solita rovina». Per evitare questo rischio era «necessario per di sopra al suddetto nuovo fondamento farne un altro accanto», dove molte persone del luogo asserivano che c’era un «fondo di masso sicuro» e la «suddetta ripercussione venendo adesso molto lontana non li potrà far danno come farebbe sopra il fondamento fatto».
Una volta conclusa l’operazione e appena il tempo e la stagione lo permetteva bisognava «fare il rifondamento del fianco, o spalla, per la parte di Dovadola».
Il ponte andava costruito secondo il disegno «e chi dovrà fare questo lavoro, dovrà assistere personalmente e far riconoscere di man mano il lavoro che alla giornata vien fatto […] acciò il tutto venga fatto di detta perfezione».
Ma le maestranze non rispettarono le sue prescrizioni e alla fine dell’estate 1682, il 12 settembre, il tempo peggiorò rapidamente. Nella valle cadde una forte pioggia che in breve tempo ingrossò il fiume riversando a valle un'impetuosa e violenta ondata di piena. Giunta all’altezza di Dovadola la fiumana travolse il cantiere del ponte in costruzione facendo crollare la pila centrale con tutti i sassi e il legname impegnato nella sua realizzazione.
Legni e detriti si dispersero lungo il fiume per tutto il paese: nella corte della chiesa della SS. Annunziata, nel cortile dell’ospedale di S. Antonio, nei renai sotto la casa dei Maruscelli e del dottor Tartagni, sotto il mulino e nell’orto del signor Portinari, dove furono ritrovati decine di pali di varie lunghezze e grossezze e con le punte ammaccate, «tutti di rovere». Un vero disastro!
Rispedito da Firenze per capire le ragioni del cedimento, il 2 ottobre 1682 il Silvani tornò a Dovadola accertando che
dove Maestro Francesco Tosi aveva fatto il fondamento d’una pila, che doveva servire per il nuovo ponte da farsi a Dovadola, si è trovato detto fondamento essere stato portato via dalla grandissima escrescenza che venne il di 12 di settembre prossimo passato, e questo seguì, conforme ho presentito da persone del medesimo luogo, dopo che rovinò una serra fabbricata di sasso e legname che era poco sotto al suo fondamento.
In poche parole, una grossa fiumana dovuta alle forti piogge aveva fatto crollare la pila centrale del ponte. Non essendo possibile fare una ricognizione sul posto ascoltò i rappresentanti della comunità. Tutti convennero che volendone rifare uno nuovo era meglio abbandonare il vecchio luogo dove era difficile operare per «il gran fondo d’acqua che continuamente vi sta». Ci fu anche chi propose di abbandonare l’idea del ponte sostituendolo
con una grossa barca allacciata con canapo, attaccato da una parte e l’altra, conforme si pratica in altre parti su questo medesimo fiume, ove la spesa annua sarebbe tenue, et il pubblico non patirebbe di questo passo, e questo direi se gli potesse concedere tal soddisfazione.
Ma il rischio era che nel momento in cui vi fosse stata una «grandissima escrescenza, venendo tanto precipitosa, dubito che porterà via la barca, e chi vi sarà dentro», concluse il Silvani. E di questa proposta non se ne fece più di nulla.
Volendosi invece fare un ponte «ben fondato di pila, e fianchi», era meglio «rifarlo intorno al luogo dove è solito farsi il passo di legname vicino alla Badia di Dovadola, che era un luogo più stabile e sicuro «da potersi fabbricare e mantenere con facilità» e «la pila che doveva sostenere i due archi» si sarebbe potuta «ben fondare». E «volendosi rifare questo ponte sicurissimo» sarebbe stata necessaria la presenza di un ingegnere «almeno fin tanto che non sarà fabbricato il fondamento per la pila e i fianchi, perché in questi sta la sicurezza».
L’ingegner Silvani era un malfidato e conosceva i suoi polli. Perciò mise subito le mani avanti perché temeva che se fossero sorte difficoltà in corso d’opera bisognava «subito provvedere pronto rimedio». Ciò per evitare che i lavori a cottimo fossero tirati avanti dagli appaltatori a modo loro e poi dare «la colpa all’ingegnere il quale, per non aver saputo, né visto le difficoltà, non ha potuto provvedere a quel che bisognava». Lui stesso sarebbe stato disponibile «basterà, che per far questi fondamenti, sia provvisto il camarlingo di scudi tre mila, acciò il danaro più tosto avanzi nel tempo della manipolazione a che ne manchi».
Il Tosi fu accusato di non avere gettato «stabile e fermo il fondamento della pila del ponte» e di non aver seguito le istruzioni «non avendo ficcato nel fondamento di detta pila li detti centocinquanta paloni della lunghezza e grandezza designata».
Ne nacque un contenzioso tra il Tosi e la Provincia minore di Romagna in cui lui chiedeva «l’intero rimborso del lavoro fatto al fiume Montone per la fabbrica e fondazione della pila di mezzo del ponte di Dovadola». Il 31 luglio 1685 la controversia si concluse con la sentenza che stabiliva di
doversi assolvere la Provincia dalle cose domandate dal Tosi, e condannarsi il medesimo Tosi a reintegrare il Pubblico di quanto ha ricevuto, sì come di tutti i danni, e spese come domandò, e domanda, e si fece, e fa istanza con farsi ogni, e qualunque decreto e sentenza, e tutto con la vittoria delle spese.
Le spese sostenute dalla Provincia minore di Romagna in quella causa furono complessivamente di 49 lire 3 soldi e 6 denari.
Passò qualche anno e il problema del ponte tornò a essere attuale in un clima di contrasti fra diverse fazioni del paese. E il 12 luglio 1697 un gruppo di dovadolesi contrari alla sua costruzione scriveva alla Deputazione che il nove di quel mese era giunto a Dovadola l’agente Domenico Reina con l’ordine «di far la relazione per la fabbrica del ponte di pietra della Badia di detto luogo», la cui costruzione era sostenuta da
una lega di alcuni ecclesiastici, che non concorrendo alle spese di essa hanno tirato a sé alcuni altri pochi, e tutti sotto il manto del bene pubblico, e dell’utile spirituale hanno mira di cavarne profitto proprio, chi per andare con maggior comodità alle sue vigne, chi per spacciar vino et altre grasce e chi per esitare più sorti di materiali.
Gli esponenti contestavano «il predetto raggiro incitato da proprio interesse, e senza alcuna carità verso questi poveri popoli» per le seguenti ragioni:
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
Antonio Fedi – «pittore paesaggista» al seguito della spedizione del «matematico regio» Pietro Mazzoni del 1788 per la progettazione della nuova Strada di Romagna da Firenze al mare Adriatico passando per l’appennino tosco-romagnolo – realizzò uno splendido acquerello sulla «veduta della Terra di Dovadola» dove, al centro del dipinto è rappresentato il «ponte verso Firenze, detto di Porta Fiorentina». Sulla sua sinistra vediamo la «pila del vecchio ponte rovinato», sempre più a sinistra, in alto, il «ponte di sotto» vicino alla «badia della SS. Annunziata» e, alla sua destra, la «badia di Sant’Andrea».
Un ponte che nel disegno fatto qualche anno dopo dall’ingegner Dario Giuseppe Buonenove, fu descritto «ad archi asimmetrici, con quello di destra rialzato e stemma mediceo. A sinistra una piccola apertura per il passaggio di una gora».
Sono questi i riferimenti spaziali e temporali del ponte oggetto di questa storia che comincia molti anni prima e che, nel cercare di ricostruirla, risulta lunga e travagliata.
Le prime notizie risalgono al 6 giugno 1646 quando il soprassindaco Cosimo degli Albizi, per vigilare sugli interessi della comunità, inviò l’«ingegnere Baccio del Bianco al ponte di Dovadola insieme col maestro Francesco Tosi muratore capomaestro di detto ponte per stare informato dei lavori che si dicono di fare a detto ponte».
Negli anni seguenti il ponte fu ricostruito più volte in legno, ma rovinava periodicamente a ogni grossa fiumana. Così si decise di farlo in pietra, ma per raggiungere questo risultato sarebbero occorsi anni di lavoro, liti giudiziarie e un notevole impegno economico.
Nel giugno 1679 la Deputazione di strade e ponti aveva chiesto all’ingegner Pier Francesco Silvani di trasferirsi a Dovadola «per visitare, e considerare se il lavoro del ponte principiato sopra al fiume Montone sia stabile e per ordinare i lavori necessari per perfezionarlo» facendo «sopra di esso la pila del suddetto ponte».
Il 20 giugno l’ingegnere fece la visita, presente Francesco Tosi, muratore e lastricatore della Lastra di Fiesole sopra Firenze. Un imprenditore che operava nel Mugello e che si era allargato nella sua attività anche nella Romagna fiorentina. Il Tosi disse di aver fatto «questo fondamento sopra una palafitta assai densa», averlo «bene armato con catene», inchiodato «con buonissimi chiodi di ferro» e, infine, avere «votato la cassa con le acque chiare».
Il sopralluogo era stato sollecitato dal deputato Sforza Ghini della Provincia minore di Romagna, molto preoccupato, che si lamentava che «per la pila di mezzo non esser sufficiente profitto del fondamento, perché li pali non andavano in fondo quanto bisognava». Il Tosi replicò che il gonfaloniere di Dovadola Franco Tassinari e don Tommaso Tassinari vicario della Badia avevano
visto ficcare moltissimi pali, e che andavano in fondo con violenza, e che più non potevano andare, e similmente haver visto la cassa tutta vota, e rimontata con le cerchiate, et essere stata ripiena con buonissimo smalto per altezza di detto ponte, e che li pareva potesse essere stabile e ben manipolato.
Siccome il ponte era già stato costruito un’altra volta ed era subito rovinato, il Silvani ritenne che questo dipendesse dal fatto che il fiume in quella parte faceva una svolta quasi ad angolo, e la percussione dell’acqua andava a battere sulla pila di mezzo e che per tale difetto poteva «essere rovinata» perciò, concludeva, se si rifaceva nello stesso posto, in breve sarebbe tornata «la solita rovina». Per evitare questo rischio era «necessario per di sopra al suddetto nuovo fondamento farne un altro accanto», dove molte persone del luogo asserivano che c’era un «fondo di masso sicuro» e la «suddetta ripercussione venendo adesso molto lontana non li potrà far danno come farebbe sopra il fondamento fatto».
Una volta conclusa l’operazione e appena il tempo e la stagione lo permetteva bisognava «fare il rifondamento del fianco, o spalla, per la parte di Dovadola».
Il ponte andava costruito secondo il disegno «e chi dovrà fare questo lavoro, dovrà assistere personalmente e far riconoscere di man mano il lavoro che alla giornata vien fatto […] acciò il tutto venga fatto di detta perfezione».
Ma le maestranze non rispettarono le sue prescrizioni e alla fine dell’estate 1682, il 12 settembre, il tempo peggiorò rapidamente. Nella valle cadde una forte pioggia che in breve tempo ingrossò il fiume riversando a valle un'impetuosa e violenta ondata di piena. Giunta all’altezza di Dovadola la fiumana travolse il cantiere del ponte in costruzione facendo crollare la pila centrale con tutti i sassi e il legname impegnato nella sua realizzazione.
Legni e detriti si dispersero lungo il fiume per tutto il paese: nella corte della chiesa della SS. Annunziata, nel cortile dell’ospedale di S. Antonio, nei renai sotto la casa dei Maruscelli e del dottor Tartagni, sotto il mulino e nell’orto del signor Portinari, dove furono ritrovati decine di pali di varie lunghezze e grossezze e con le punte ammaccate, «tutti di rovere». Un vero disastro!
Rispedito da Firenze per capire le ragioni del cedimento, il 2 ottobre 1682 il Silvani tornò a Dovadola accertando che
dove Maestro Francesco Tosi aveva fatto il fondamento d’una pila, che doveva servire per il nuovo ponte da farsi a Dovadola, si è trovato detto fondamento essere stato portato via dalla grandissima escrescenza che venne il di 12 di settembre prossimo passato, e questo seguì, conforme ho presentito da persone del medesimo luogo, dopo che rovinò una serra fabbricata di sasso e legname che era poco sotto al suo fondamento.
In poche parole, una grossa fiumana dovuta alle forti piogge aveva fatto crollare la pila centrale del ponte. Non essendo possibile fare una ricognizione sul posto ascoltò i rappresentanti della comunità. Tutti convennero che volendone rifare uno nuovo era meglio abbandonare il vecchio luogo dove era difficile operare per «il gran fondo d’acqua che continuamente vi sta». Ci fu anche chi propose di abbandonare l’idea del ponte sostituendolo
con una grossa barca allacciata con canapo, attaccato da una parte e l’altra, conforme si pratica in altre parti su questo medesimo fiume, ove la spesa annua sarebbe tenue, et il pubblico non patirebbe di questo passo, e questo direi se gli potesse concedere tal soddisfazione.
Ma il rischio era che nel momento in cui vi fosse stata una «grandissima escrescenza, venendo tanto precipitosa, dubito che porterà via la barca, e chi vi sarà dentro», concluse il Silvani. E di questa proposta non se ne fece più di nulla.
Volendosi invece fare un ponte «ben fondato di pila, e fianchi», era meglio «rifarlo intorno al luogo dove è solito farsi il passo di legname vicino alla Badia di Dovadola, che era un luogo più stabile e sicuro «da potersi fabbricare e mantenere con facilità» e «la pila che doveva sostenere i due archi» si sarebbe potuta «ben fondare». E «volendosi rifare questo ponte sicurissimo» sarebbe stata necessaria la presenza di un ingegnere «almeno fin tanto che non sarà fabbricato il fondamento per la pila e i fianchi, perché in questi sta la sicurezza».
L’ingegner Silvani era un malfidato e conosceva i suoi polli. Perciò mise subito le mani avanti perché temeva che se fossero sorte difficoltà in corso d’opera bisognava «subito provvedere pronto rimedio». Ciò per evitare che i lavori a cottimo fossero tirati avanti dagli appaltatori a modo loro e poi dare «la colpa all’ingegnere il quale, per non aver saputo, né visto le difficoltà, non ha potuto provvedere a quel che bisognava». Lui stesso sarebbe stato disponibile «basterà, che per far questi fondamenti, sia provvisto il camarlingo di scudi tre mila, acciò il danaro più tosto avanzi nel tempo della manipolazione a che ne manchi».
Il Tosi fu accusato di non avere gettato «stabile e fermo il fondamento della pila del ponte» e di non aver seguito le istruzioni «non avendo ficcato nel fondamento di detta pila li detti centocinquanta paloni della lunghezza e grandezza designata».
Ne nacque un contenzioso tra il Tosi e la Provincia minore di Romagna in cui lui chiedeva «l’intero rimborso del lavoro fatto al fiume Montone per la fabbrica e fondazione della pila di mezzo del ponte di Dovadola». Il 31 luglio 1685 la controversia si concluse con la sentenza che stabiliva di
doversi assolvere la Provincia dalle cose domandate dal Tosi, e condannarsi il medesimo Tosi a reintegrare il Pubblico di quanto ha ricevuto, sì come di tutti i danni, e spese come domandò, e domanda, e si fece, e fa istanza con farsi ogni, e qualunque decreto e sentenza, e tutto con la vittoria delle spese.
Le spese sostenute dalla Provincia minore di Romagna in quella causa furono complessivamente di 49 lire 3 soldi e 6 denari.
Passò qualche anno e il problema del ponte tornò a essere attuale in un clima di contrasti fra diverse fazioni del paese. E il 12 luglio 1697 un gruppo di dovadolesi contrari alla sua costruzione scriveva alla Deputazione che il nove di quel mese era giunto a Dovadola l’agente Domenico Reina con l’ordine «di far la relazione per la fabbrica del ponte di pietra della Badia di detto luogo», la cui costruzione era sostenuta da
una lega di alcuni ecclesiastici, che non concorrendo alle spese di essa hanno tirato a sé alcuni altri pochi, e tutti sotto il manto del bene pubblico, e dell’utile spirituale hanno mira di cavarne profitto proprio, chi per andare con maggior comodità alle sue vigne, chi per spacciar vino et altre grasce e chi per esitare più sorti di materiali.
Gli esponenti contestavano «il predetto raggiro incitato da proprio interesse, e senza alcuna carità verso questi poveri popoli» per le seguenti ragioni:
- non è vero ch’è stato supposto che per non esserci il ponte siano seguiti degli inconvenienti perché sì nel temporale, che nel spirituale non è mai seguito verun disordine […];
- perché essendosi stato tanto tempo senza ponte, non si sa capire che da due anni in qua ne sia venuto tanto bisogno, e necessità, mentre minore è il bisogno ora degli anni addietro, poiché per i pedoni di un tale Benedetto Ugolini vi si tiene un ponticello di legno, che dà comodità a tutti di passarvi senza alcun pericolo;
- …
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
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