1740
Ponte di San Michele sul fiume Tramazzo a Tredozio
La storia di questo ponte (1740) è particolarmente drammatica e ricca di dettagli umani, a come gli incidenti avvenuti a Tredozio durante le "Sante missioni" e gli aneddoti legati a don Pietro Valgimigli (don Stiflón), il prete brigante e lussurioso.
E qui mi piace mettere in risalto una curiosità. Il dettaglio di lui sorpreso dai gendarmi sul ponte con l'amante nascosta sotto il ferraiolo è un frammento di vita quotidiana romagnola del 1857 che rende la storia del ponte estremamente viva e memorabile.
E qui mi piace mettere in risalto una curiosità. Il dettaglio di lui sorpreso dai gendarmi sul ponte con l'amante nascosta sotto il ferraiolo è un frammento di vita quotidiana romagnola del 1857 che rende la storia del ponte estremamente viva e memorabile.
Nel marzo 1737, «nell’occasione di farsi le Sante missioni», i fedeli attraversavano come al solito il fiume Tramazzo che bagna Tredozio per assistere alle funzioni religiose nella chiesa parrocchiale di San Michele. Disgraziatamente, «quattro persone fra uomini e donne in diversi giorni» nel passare «sul ponte di legno cascorno giù in esso con evidente pericolo d’affogarsi, conforme indubitamente sarebbe seguito, se non li si fosse stato dato aiuto da altra gente, che subito vi accorse». Chi disse che le persone «portate via dall’acqua» erano due, chi quattro, chi sei, che fu poi il numero confermato nella relazione ufficiale.
A seguito di questi ripetuti incidenti, il consiglio comunale si riunì per chiedere la realizzazione di un nuovo ponte elencando tutti i motivi sempre più urgenti che ne reclamavano la necessità:
Firmavano la supplica il gonfaloniere Diacinto [sic] Antonio Fantini, il parroco don Pietro Andrea Ragazzini, Giulio Cesare Buonaccorsi e Alessandro Frassineti deputati di strade di Tredozio, altri rappresentanti della comunità: Giovanni Maria Ragazzini, Pier Maurizio Ragazzini, Stefano Buonaccorsi. E il capomaestro Giovanni Brenti chiedeva di «volersi degnare di comandare la costruzione del ponte suddetto secondo l’ordinazione da farsi dal solito ingegnere, per esimere detta Terra dall’evidente pericolo in cui si trova».
Il gonfaloniere allegò le sue considerazioni basate sulla relazione dell’ingegner Giovan Battista Bettini che proponeva «l’urgente necessità della costruzione di un ponte alla detta Terra, o sivvero l’ordinazione di una selice, o strada dalla parte opposta a questa Terra di Tredozio».
La Deputazione incaricò il Bettini che il 16 aprile 1737 riferì di essersi trasferito in Romagna a seguito della richiesta fatta da quella comunità per costruire
un ponte di sasso sopra al fiume di Tredozio stante le molte case che son di là del medesimo fiume, e gli abitatori delle medesime patiscono grande incomodo atteso che ne’ tempi di pioggia, non potendo passare il predetto fiume per andare a sentire la S. Messa, né tampoco andare alla chiesa parrocchiale, né ricevere gli aiuti spirituali in caso d’infermi e moribondi, sì anco passare la strada maestra che da detto luogo va a Modigliana, essendo tale luogo e considerato bene il posto dove sia più spazio costruire, e piantare il detto nuovo ponte.
Il rapporto conteneva le indicazioni tecniche e operative per la realizzazione del ponte fino alla previsione di spesa di lire 6.300 da pagarsi «una terza parte dalla Comunità di Tredozio, e i due terzi dalla Provincia Minore di Romagna, e da fabbricarsi detto ponte in tre anni, e ogn’anno pagarsi la rata, tanto dalla Comunità di Tredozio, che dalla Provincia Minore di Romagna».
Il 15 maggio 1737 il consiglio comunale di Tredozio si riunì per discutere il progetto dell’ingegner Bettini. Presenti il podestà Franco Maria Simonetti, il gonfaloniere Franco Buonaccorsi Del Prato e altri rappresentanti a vario titolo della comunità. Alla riunione assistevano anche il sergente Cristofano Brenti in rappresentanza di suo padre Giovanni, indisposto, e Simone Andrea Brenti.
L’ingegnere illustrò la costruzione del «nuovo ponte di sassi con il suo arco di mattoni, da farsi sul fiume Tredozio [sic] allo sbocco di detto luogo tanto necessario per la Comunità, e per l’universale, atteso che stante la mancanza di detto ponte resta recisa la strada maestra che da Tredozio va a Modigliana, alla Rocca S. Casciano, et altri luoghi» e considerando che si doveva «fare il lavoro da fondamenti, e deviare l’acqua dal fiume per dar luogo alla fabbrica della detta Comunità», calcolava una spesa di «lire 6.300 in circa» da ripartirsi nei modi e tempi descritti nella relazione.
Il 20 aprile 1738 la Deputazione di strade e ponti approvò la sua relazione e appaltò il lavoro ai «maestri Giovanni di Cristofano Brenti, e Simone Andrea Brenti di Tredozio con gli infrascritti patti, condizioni, e dichiarazioni»…
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
Nel marzo 1737, «nell’occasione di farsi le Sante missioni», i fedeli attraversavano come al solito il fiume Tramazzo che bagna Tredozio per assistere alle funzioni religiose nella chiesa parrocchiale di San Michele. Disgraziatamente, «quattro persone fra uomini e donne in diversi giorni» nel passare «sul ponte di legno cascorno giù in esso con evidente pericolo d’affogarsi, conforme indubitamente sarebbe seguito, se non li si fosse stato dato aiuto da altra gente, che subito vi accorse». Chi disse che le persone «portate via dall’acqua» erano due, chi quattro, chi sei, che fu poi il numero confermato nella relazione ufficiale.
A seguito di questi ripetuti incidenti, il consiglio comunale si riunì per chiedere la realizzazione di un nuovo ponte elencando tutti i motivi sempre più urgenti che ne reclamavano la necessità:
- perché restringendosi il fiume nell’angustie del ponte, verrà a profondare il letto del medesimo che in oggi colle deposizioni fatte sopravanza non solo le strade, ma quasi pareggia le case causando con ciò aria molto insalubre, ed in avvenire ne soggiacerà la detta Terra alle continue inondazioni, che soffrono con danno notabile degli abitanti;
- perché avendo fin ad ora sofferto la Comunità il dispendio di scudi due per mantenere uno o due legni per il transito di detto fiume; in oggi attesa la dilatazione del letto né bastando sul numero, né si trova chi prender voglia tale assunto a meno di scudi dieci l’anno, aggravio molto più pregiudiziale dell’unica, e sola spesa che occorrer possa nella costruzione di detto ponte;
- perché essendo buona parte degli abitanti dall’altra parte del fiume ben spesso resta impedito al parroco soccorrere gl’infermi colli SS. Sacramenti a casa dei medesimi; molte volte impedito ne’ giorni festivi di porsi ascoltare la Santa messa;
- per essere periti, ed affogati in esso fiume da poco tempo alcuni fanciulli che hanno tentato passarlo sopra i legni tenuti sopra il medesimo a spese del pubblico, essendo in oggi reso il fiume molto precipitoso, e copioso d’acque stante l’esser state nelle vicine montagne tagliate boscaglie, e quelle coltivate, o ridotte a pascoli;
- finalmente assumendosi la Comunità l’incarico di pagare per detta conformazione quella rata della spesa che sarà giudicata convenevole dal signor ingeniere, a cui sono benissimo noti i detti urgentissimi motivi, e che ancora la Comunità suddetta mai o rare volte apporta verun dispendio alla Provincia, per aver pochi muri, e strade da mantenere lungo il fiume, e ciò non ostante concorra essa in buona parte alle gravose spese che si fanno dell’altre Comunità.
Firmavano la supplica il gonfaloniere Diacinto [sic] Antonio Fantini, il parroco don Pietro Andrea Ragazzini, Giulio Cesare Buonaccorsi e Alessandro Frassineti deputati di strade di Tredozio, altri rappresentanti della comunità: Giovanni Maria Ragazzini, Pier Maurizio Ragazzini, Stefano Buonaccorsi. E il capomaestro Giovanni Brenti chiedeva di «volersi degnare di comandare la costruzione del ponte suddetto secondo l’ordinazione da farsi dal solito ingegnere, per esimere detta Terra dall’evidente pericolo in cui si trova».
Il gonfaloniere allegò le sue considerazioni basate sulla relazione dell’ingegner Giovan Battista Bettini che proponeva «l’urgente necessità della costruzione di un ponte alla detta Terra, o sivvero l’ordinazione di una selice, o strada dalla parte opposta a questa Terra di Tredozio».
La Deputazione incaricò il Bettini che il 16 aprile 1737 riferì di essersi trasferito in Romagna a seguito della richiesta fatta da quella comunità per costruire
un ponte di sasso sopra al fiume di Tredozio stante le molte case che son di là del medesimo fiume, e gli abitatori delle medesime patiscono grande incomodo atteso che ne’ tempi di pioggia, non potendo passare il predetto fiume per andare a sentire la S. Messa, né tampoco andare alla chiesa parrocchiale, né ricevere gli aiuti spirituali in caso d’infermi e moribondi, sì anco passare la strada maestra che da detto luogo va a Modigliana, essendo tale luogo e considerato bene il posto dove sia più spazio costruire, e piantare il detto nuovo ponte.
Il rapporto conteneva le indicazioni tecniche e operative per la realizzazione del ponte fino alla previsione di spesa di lire 6.300 da pagarsi «una terza parte dalla Comunità di Tredozio, e i due terzi dalla Provincia Minore di Romagna, e da fabbricarsi detto ponte in tre anni, e ogn’anno pagarsi la rata, tanto dalla Comunità di Tredozio, che dalla Provincia Minore di Romagna».
Il 15 maggio 1737 il consiglio comunale di Tredozio si riunì per discutere il progetto dell’ingegner Bettini. Presenti il podestà Franco Maria Simonetti, il gonfaloniere Franco Buonaccorsi Del Prato e altri rappresentanti a vario titolo della comunità. Alla riunione assistevano anche il sergente Cristofano Brenti in rappresentanza di suo padre Giovanni, indisposto, e Simone Andrea Brenti.
L’ingegnere illustrò la costruzione del «nuovo ponte di sassi con il suo arco di mattoni, da farsi sul fiume Tredozio [sic] allo sbocco di detto luogo tanto necessario per la Comunità, e per l’universale, atteso che stante la mancanza di detto ponte resta recisa la strada maestra che da Tredozio va a Modigliana, alla Rocca S. Casciano, et altri luoghi» e considerando che si doveva «fare il lavoro da fondamenti, e deviare l’acqua dal fiume per dar luogo alla fabbrica della detta Comunità», calcolava una spesa di «lire 6.300 in circa» da ripartirsi nei modi e tempi descritti nella relazione.
Il 20 aprile 1738 la Deputazione di strade e ponti approvò la sua relazione e appaltò il lavoro ai «maestri Giovanni di Cristofano Brenti, e Simone Andrea Brenti di Tredozio con gli infrascritti patti, condizioni, e dichiarazioni»…
Capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
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