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​Provincia maggiore e Provincia minore
della Romagna fiorentina


Il racconto analizza e spiega l'ordinamento amministrativo secolare della Romagna fiorentina sotto il dominio mediceo, focalizzandosi sulla suddivisione in due entità (Maggiore e Minore) e sulla gestione burocratica di questo territorio di confine.
Mi piace evidenziare l'aneddoto del "cavallaro" Bartolomeo Raggi e della sua "bolgetta": è un dettaglio vivido che ci aiuta a immaginare concretamente come viaggiavano i documenti tra le montagne romagnole nel 1641.


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​Il processo di formazione della Romagna fiorentina ebbe inizio negli ultimi decenni del Trecento e ai primi del Quattrocento, favorito dal crescente stato di conflitto fra Firenze e il Papato e dalla sottomissione delle due città rivali, Pistoia e Arezzo, che le aprirono la via appenninica sul versante romagnolo. La sua dominazione portò a realizzare una graduale ripartizione territoriale della Romagna in capitanati, podesterie di grado maggiore e minore e vicariati che si consolidò sotto il regime granducale dei Medici, con l’invio di commissari e castellani scelti dalle famiglie più qualificate del patriziato fiorentino, adattando e rimodellando gli Statuti delle comunità soggette con una continua opera di revisione e di controllo cercando soluzioni di compromesso fra le loro esigenze di autonomia e quelle della Dominante.
Una penetrazione nell’Appennino romagnolo che portò a intensificare le relazioni fra le due regioni con scambi economici, sociali e culturali e con un movimento di funzionari come notai, giudici, cancellieri, camerlenghi e commissari inviati ad amministrare le terre sottomesse.
La prima forma di aggregazione di questo territorio transappenninico avvenne nel 1386 con l’istituzione del Capitanato della Provincia Fiorentina, «Capitanatus provincie florentine in partibus Romandiole» con sede del capoluogo a Portico.
Nel 1499 la «Commissione dei Dieci», preoccupata per la campagna militare intrapresa da Cesare Borgia detto «il Valentino» nella vicina Romagna pontificia, inviò Berto da Filicaia con il grado di «Generale Commissario» a ispezionare le fortezze «in munizione» di Castrocaro, Modigliana, Montepoggiolo e di Marradi. A seguito di quei sopralluoghi, l’anno successivo il capitanato fu trasferito a Castrocaro.
Un nuovo mutamento si ebbe il primo settembre 1542 quando, Cosimo I de’ Medici (1519-1574) duca e poi granduca di Toscana, con una «Provisione» datata 23 agosto, creò la «Provincia di Romagna» allo scopo di unirla «sotto un solo Rettore» e renderla «più quieta dalle contenzioni domestiche e più sicura dalle molestie e travagli di fuora per il bene et salute di quella Provincia».
Il capitanato poi si spostò a Terra del Sole, quando ancora la città-fortezza odorava di calcina, il primo giugno 1579, assumendo il titolo di «Commissario di Terra del Sole e di tutta la Romagna Fiorentina», scelto direttamente dal granduca in persona.
In questo contesto organizzativo la Provincia fu suddivisa in due entità territoriali: minore e maggiore. La Provincia minore comprendeva le comunità di Terra del Sole, Castrocaro, Dovadola, Rocca San Casciano, Portico, Bocconi, Treville, San Benedetto, Tredozio, Corniolo, Premilcuore, Galeata, Particeta, San Donnino, Orsarola, Bufalano, Montecerro, Montalto, e Castel dell’Alpe. La Provincia maggiore: le podesteria di Modigliana e i capitanati di Marradi e Palazzuolo.
Conservarono, in quest’ambito, una loro autonomia il Capitanato di Bagno e il Vicariato di Firenzuola, anche se erano chiamati a partecipare alle spese quando c’era una commistione d’interessi come nel caso di ponti e strade che riguardavano i loro territori.
 
Questa è la storia. Ma come prese corpo questa suddivisione amministrativa?
Procediamo con ordine e vediamo com’era organizzato questo territorio rustico e accidentato dove i funzionari che provenivano dalla lontana capitale, avevano difficoltà ad adattarsi a un tenore di vita più spartano a cui non erano abituati, e anche a scontrarsi con il rude temperamento dei romagnoli e il loro astruso dialetto.
Il «Giornale ovvero libro di memorie» della cancelleria della comunità di Castrocaro e Terra del Sole e di tutta la Provincia della Romagna fiorentina che comincia il primo settembre 1636, dominante Ferdinando II de’ Medici (1610-1670), quinto granduca di Toscana, ci descrive «gli inventari delle scritture, libri, mobili e masserizie della cancelleria e del palazzo» annotando «molti negozi e ricordi spettanti al buon governo» di quella cancelleria.
Per gli «acconcimi», cioè i lavori di manutenzione, e per ogni altra necessità contingente erano utilizzati gli artigiani e le altre competenze locali: liberi professionisti «imborsati» cioè iscritti in liste che la Provincia utilizzava secondo le proprie esigenze, pagandoli a prestazione.
Mentre per la gestione ordinaria dell’amministrazione operavano una serie di soggetti stipendiati secondo il ruolo gerarchico. In primis il Commissario della Provincia di Romagna, stipendiato dalle podesterie e comunità in proporzione alla loro importanza. Gli altri dipendenti erano: il cancelliere, il cerusico, il donzello e il cavallaro. L’attività di camerlengo si esercitava «gratis».
 
Le «Congregazioni della Provincia» si congregavano «nella solita dimora di Terra del Sole», la casa del cancelliere, per discutere «delli argomenti e interessi spettanti a detta Provincia». Nelle riunioni della Provincia minore partecipavano i rappresentanti di Castrocaro, Terra del Sole, Galeata, Portico, Tredozio, Montalto, Rocca, Dovadola. Per la Provincia maggiore, Modigliana, Marradi e Palazzuolo. Come si può vedere, non tutte le comunità partecipavano sebbene fossero avvertite. È forse per questo motivo che, mentre tutte avevano a disposizione un voto, i rappresentanti di Galeata e di Portico ne avevano due.
Le convocazioni si facevano per mezzo del «cavallaro»: figura importantissima nella gestione amministrativa. Prendiamo, per esempio, l’anno 1641. Bartolomeo Raggi era il cavallaro della Provincia minore e Vincenzo detto Farfallino, di quella maggiore. Persone sicure e fidate che dovevano notificare ai camerlenghi delle comunità interessate le convocazioni e altri atti amministrativi riposti nella «bolgetta», la borsa portadocumenti che si portavano sempre appresso.
Fu Farfallino a notificare ai rappresentanti di Modigliana, Marradi e Palazzuolo la convocazione del consiglio della Provincia maggiore il 7 giugno di quell’anno.
L’ordine del giorno era l’approvazione del bilancio di spese dell’anno precedente, «compartite secondo l’antica consuetudine fra la Provincia Maggiore e Minore nel modo […] cavato dal libro delle Ragioni di detto Camerlengo». Un elenco dettagliato di entrate e uscite che comprendeva le spese per la cancelleria (penne, carta e inchiostro), il carbone, le gite di servizio nella Provincia, i lavori di manutenzione del palazzo e del carcere, i «malfattori miserabili» e un «porto di criminali», e finanche quelle per le «masserizie del palazzo et casa del cancelliere», per un totale di 535 lire 9 soldi e 8 denari.
La metà delle spese era a carico della Provincia minore, saldate dal suo camerlengo, l’altra metà spettava alla Provincia maggiore che, a sua volta la ripartiva col seguente cervellotico calcolo: un terzo di tutta la spesa al capitanato di Marradi, il quale terzo andava diviso fra i capitanati di Marradi e Palazzuolo in modo che due terzi toccassero a Marradi e un terzo a Palazzuolo. Il restante quarto toccava alla podesteria di Modigliana e, detratto quanto sopra, ne toccava il cinque per cento al vicariato di Sorbano. Chiaro, no? Comunque, a titolo esplicativo, riportiamo la nota delle spese in dettaglio.
Tanto per capire quanto fosse gravoso l’impegno del cavallaro citiamo come esempio il giro che dovette fare Bartolomeo Raggi nel giugno 1641 per notificare ai camerlenghi di tutte le comunità della Provincia minore la «colta», cioè i tributi da versare alla Camera delle Comunità della Provincia e i cui corrispettivi erano indicati di volta in volta a tergo delle notificazioni stesse: ...

  
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N.B. Questo è un capitolo parziale, senza note bibliografiche, estratto dal libro: Ponti di pietra. Storie perse (e ritrovate) nell’antica Provincia minore della Romagna fiorentina.
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